Il Foglio
L’Unione europea, con la sua decisione di imporre sanzioni mirate contro alcuni coloni israeliani in Cisgiordania, compie un passo che rischia di oscurare la complessità di un conflitto secolare, riducendolo a una narrazione unilaterale e ideologicamente orientata. L’assassino di Rabin, Yigal Amir, è in prigione dal 1995. L’assassino della famiglia palestinese di Duma, Amiram Ben-Uliel, sconta l’ergastolo. Il soldato che ha vandalizzato la statua di Gesù in Libano è in galera, assieme ad altri commilitoni. In Israele l’estremismo politico ebraico, che esiste e che fa parte di quel tragico conflitto, è punito dallo stato e condannato da tutte le cariche dello stato. Estremismo ebraico che oggi fermenta nella Cisgiordania contesa, far west legale dal 1967, quando Israele fu aggredito dalle armate arabe e si difese con le unghie e con i denti, ritrovandosi a gestire un territorio dove l’odio sovrasta spesso la convivenza. Mentre si sanzionano i coloni israeliani (e i dirigenti di Hamas), numerose entità di facciata di regimi orrendi e dittatoriali, come l’Iran, continuano a operare alla luce del sole in Europa. L’Ue, per dirne una, designa solo l’ala militare di Hezbollah come organizzazione terroristica (dal 2013), mantenendo una distinzione artificiale che lo stesso Hezbollah rifiuta. Esiste un estremismo ebraico pericoloso e Israele dovrebbe avere interesse a combatterlo con forza. Ma l’Ue deve stare attenta a non confondere i piani, alimentando l’equazione secondo cui colono significa terrorista e sionismo estremismo. Il rischio è che, dietro la condanna dei violenti, si faccia strada un’equazione: trasformare ogni presenza ebraica in Cisgiordania in una colpa, offrendo pretesti per criminalizzare il sionismo (in Israele vi è una presenza araba del 20 per cento). Difendere il sionismo non significa difendere la famigerata idea della Grande Israele. Significa difendere il diritto del popolo ebraico a esistere, difendersi e avere una patria nella sua terra storica.
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