Il Foglio
La Commissione propone un incremento delle risorse dall’1 per cento all’1,26 per cento del reddito nazionale lordo (rnl) europeo. Il parlamento Ue ha recentemente votato a favore di un’ulteriore espansione fino all’1,27 per cento del reddito nazionale lordo, essenzialmente per coprire le spese da sostenere per il rimborso delle quote del debito contratto per finanziare i piani nazionali di ripresa e resilienza. E intanto c’è chi – ultimo ma non unico, Enrico Letta in un’intervista ieri a Politico – suggerisce di rifinanziare, anziché rimborsare, il debito pregresso, in modo da farne una componente strutturale del bilancio Ue. Infine, non mancano le proposte di attribuire alle istituzioni Ue non solo più risorse, ma anche un ruolo più muscolare sullo scenario internazionale (come da tempo chiedono, tra gli altri, Marco Buti e Marcello Messori). Di fatto, quindi, la discussione non riguarda solo l’allocazione di risorse comunque considerevoli (circa duemila miliardi di euro nei sette anni). Riguarda scelte profonde sul futuro dell’Ue: che non a caso, nella proposta della Commissione e ancor più nelle intenzioni del parlamentoUe, dovrebbe fare più cose, spendere più soldi e, pertanto, conquistare nuove entrate. Qui arriva l’altra grande novità: mentre storicamente il bilancio Ue è finanziato attraverso contributi nazionali, proporzionali al reddito nazionale lordo di ciascun paese, per la prima volta le “risorse proprie” conquistano una posizione centrale. A quelle tradizionali (circa il 75 per cento del valore dei dazi sulle importazioni, lo 0,3 per cento dell’Iva applicata a una base imponibile armonizzata e un trasferimento di 0,8 euro per ogni chilogrammo di rifiuti di plastica non riciclata) se ne aggiungono di nuove: una parte del gettito dei certificati di emissione derivanti dal sistema Ets e del nuovo dazio carbonico (Cbam), un contributo sui rifiuti elettronici non raccolti a livello nazionale, un’accisa europea sul tabacco (Tedor) pari al 15 per cento del valore minimo armonizzato dell’accisa e un’imposta compresa tra 100 e 750 mila euro sulle imprese con fatturato superiore a 100 milioni di euro, oltre ad altri piccoli aggiustamenti. Complessivamente, queste imposte dovrebbero coprire l’incremento del bilancio dall’1 all’1,26 per cento del rnl. Queste scelte sollevano due questioni: è davvero necessario ampliare il bilancio europeo? E può una decisione tanto rilevante essere delegata a una discussione apparentemente tecnica sulla composizione del bilancio? Un nuovo studio Epicenter, coordinato da Christian Nasulea e disponibile da oggi, argomenta che ogni proposta di nuova spesa dovrebbe superare un duplice test: gli obiettivi che intende raggiungere dovrebbero avere portata realmente transnazionale (primo test) e non dovrebbero essere conseguibili a livello nazionale (secondo test). Applicando questa logica, il fondamento di molte delle spese proposte si sgretola: il bilancio europeo non dovrebbe allargarsi fino a coprire più missioni, ma darsene meno e perseguirle con maggiore efficacia. A tal fine, l’1 per cento del rnl è più che sufficiente. Con l’esigenza di allargare il quadro finanziario pluriennale dell’Unione europea viene meno quella di sviluppare nuove fonti di entrate, che andrebbero ad aggiungersi a quelle già esistenti a livello nazionale. Oltre tutto, alcuni di questi tributi sono chiaramente distorsivi: il prelievo sul tabacco crea un incentivo implicito a preservarne i consumi, anziché utilizzare il fisco a favore di una riduzione del danno, mentre quello sui rifiuti elettronici penalizza i paesi privi della logistica necessaria e il tributo sulle grandi imprese colpisce, anziché valorizzare, il principale serbatoio di competitività di cui disponiamo. Allo stesso modo, dirottare il gettito dell’Ets e del Cbam a Bruxelles sottrae agli Stati membri risorse preziose per ridurre le bollette. La proposta di Epicenter è di ripensare il bilancio europeo alla luce della sussidiarietà, che in fondo è il principio cardine a cui dovrebbe ispirarsi la ripartizione delle competenze tra l’Unione e gli stati membri. L’Ue ha un ruolo essenziale nel promuovere il mercato interno: a tal fine non servono più spese, ma più severità nell’applicare le norme comuni. Espandere le uscite ci obbligherà invece a nuove entrate, consolidando un primato da cui l’Europa dovrebbe invece smarcarsi: quello della pressione fiscale.
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