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Il problema del padiglione russo alla Biennale si risolve impedendo a Putin di sequestrare la cultura | Collector
Il problema del padiglione russo alla Biennale si risolve impedendo a Putin di sequestrare la cultura
Il Foglio

Il problema del padiglione russo alla Biennale si risolve impedendo a Putin di sequestrare la cultura

Nessuno mi ha interpellato, e forse hanno fatto bene, ma se qualcuno mi avesse chiesto come risolvere il pasticcio del padiglione russo alla Biennale di Venezia avrei proposto una soluzione semplice: evitare i due errori opposti che dominano il dibattito. Il primo è fingere che la cultura russa coincida con il Cremlino, come se Dostoevskij, Cechov, Achmatova, Brodsky, Navalny fossero comparse dell’impero di Vladimir Putin. Il secondo è fingere che, mentre la Russia bombarda l’Ucraina e reprime il dissenso, la sua presenza culturale internazionale possa continuare come nulla fosse. La soluzione non può essere né normalizzare né cancellare. Deve essere contestare. Non svuotare il padiglione russo, ma occuparlo simbolicamente con ciò che il regime teme di più: la libertà. Io avrei lasciato il padiglione dov’è. I luoghi, a volte, parlano più delle dichiarazioni. Avrei evitato il gesto facile della rimozione, che permette a tutti di sentirsi giusti per cinque minuti. E avrei costruito attorno a quel padiglione una Biennale parallela del dissenso russo: non contro la Russia, ma contro il putinismo; non contro la cultura russa, ma contro il suo sequestro; non contro un popolo, ma contro un potere che ha trasformato un popolo in ostaggio e un vicino in bersaglio. Davanti al padiglione avrei messo il volto di Alexei Navalny. Non come santino morale, ma come promemoria: in Russia il dissenso non è un’opinione sgradita, è un crimine. Accanto a lui altri volti: giornalisti assassinati, oppositori incarcerati, artisti in esilio, madri ucraine che cercano figli deportati, soldati russi mandati al macello da una macchina imperiale che divora anche i suoi. Avrei chiesto ad artisti russi dissidenti, ucraini, europei, di lasciare lì un’opera, una frase, un segno. Il punto sarebbe semplice: se il regime usa la cultura per farsi assolvere, la cultura deve usare il regime per accusarlo. Se il Cremlino pretende di parlare a nome della Russia, la Biennale dovrebbe mostrare tutte le Russie che il Cremlino vuole zittire: quella dei dissidenti, degli esuli, di chi dice no alla guerra, di chi finisce in galera per una parola. Cancellare il padiglione sarebbe comodo per tutti: per gli indignati, che direbbero “abbiamo fatto pulizia”; per i putiniani, che griderebbero alla russofobia; per gli equidistanti, che ripeterebbero la favola della cultura fuori dalla politica, come se la politica non fosse entrata con i missili nei musei e nelle case ucraine. Il dissenso organizzato produrrebbe invece un effetto migliore: toglierebbe al Cremlino la posa della vittima e costringerebbe tutti a guardare l’essenziale. Non c’è russofobia nel rifiuto del putinismo. Al contrario: il modo migliore per non essere russofobi è ricordare che la Russia non coincide con il suo regime. La Biennale è il luogo perfetto per questa operazione. Perché l’arte contemporanea ama essere politica quando non rischia nulla e diventa neutrale quando la politica chiede coraggio. Qui il coraggio sarebbe non scegliere la soluzione igienica, ma quella tragica: non togliere il problema dalla vista, ma metterlo al centro della vista. Non chiudete il padiglione russo. Non consegnatelo al Cremlino. Circondatelo di dissenso. Riempitelo di nomi proibiti. Lasciate davanti alla porta il volto di Navalny. Costringete i visitatori a scegliere se vedere o non vedere. Perché il vero scandalo non è che alla Biennale ci sia un padiglione russo. Il vero scandalo sarebbe lasciarlo senza memoria, senza ferita, senza opposizione. Un padiglione russo oggi può avere senso solo se diventa il contrario della propaganda russa: un monumento provvisorio alla Russia che Putin non è riuscito a uccidere. Testo realizzato con AI

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