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I rivoltosi nel Labour inglese si agitano ma non hanno un piano, e Starmer tira dritto | Collector
I rivoltosi nel Labour inglese si agitano ma non hanno un piano, e Starmer tira dritto
Il Foglio

I rivoltosi nel Labour inglese si agitano ma non hanno un piano, e Starmer tira dritto

“Implodere non è una strategia”, dice Alastair Campbell commentando la crisi esistenziale del suo Labour britannico: “Le persone che stanno orchestrando questo delirio – dice al Foglio lo spin doctor del blairismo oggi conduttore del podcast politico più famoso del Regno Unito, “The rest is politics” – non hanno le idee chiare sulle conseguenze. Starmer out, e poi?”. Il premier britannico Keir Starmer non ha alcuna intenzione di lasciare la guida del governo, ieri ha riunito il Consiglio dei ministri – mentre i mercati crollavano, la conta dei parlamentari rivoltosi aumentava fino alla soglia necessaria al golpe interno e uno dei candidati alla sua sostituzione, il sindaco di Manchester Andy Burnham arrivava a Londra – e ha tagliato corto: non sono qui per discutere della sconfitta alle amministrative e della mia leadership, dobbiamo governare un paese e lo faremo. Non sappiamo quanto si siano risentiti i ministri zittiti, sappiamo però che Starmer ha detto che avrebbe incontrato tutti loro uno per uno, ma quando il ministro della Salute, Wes Streeting, il golpista in chief, ha cercato di avvicinarlo, il premier gli ha negato l’udienza. Poco dopo, la sottosegretaria Jess Phillips, alleata di Streeting, si è dimessa. Con lei altri tre sottosegretari hanno lasciato il loro incarico dicendo: il premier deve agire nell’interesse del paese e organizzare in modo ordinato la sua fuoriuscita. “L’interesse del paese” è al centro della crisi che sta dilaniando il Labour dopo la sconfitta del 7 maggio: i detrattori di Starmer addossano a lui la responsabilità del disastro (previsto) e vogliono portare il suo scalpo come dimostrazione del fatto che il messaggio degli elettori è stato recepito e il cambiamento è in arrivo. I sostenitori del premier – 101 tra parlamentari e consiglieri locali hanno firmato una lettera che dice: non è questo il momento per cambiare la leadership – al contrario credono che l’interesse del paese finirebbe distrutto da una contesa per la leadership dentro al Labour: guardate i Tory, dicono (lo dice anche Campbell), che si sono divorati in una lotta interna per anni, avvicendandosi a Downing Street più e più volte e finendo per paralizzare l’azione di governo, per di più negli anni complicati della gestione degli effetti della Brexit. Un economista di Rbc Capital Market ha raggelato il sangue di analisti e operatori finanziati alludendo al “clima del 2022”, quando i conservatori cacciarono il loro premier Boris Johnson e si ritrovarono con Liz Truss, che durò 45 giorni e fece quasi fare default al Regno Unito. Gli inglesi sono molto teatrali nelle loro crisi, soprattutto quelle che si sviluppano all’interno dello stesso partito: i Tory hanno dato forse il peggior spettacolo degli ultimi decenni, ma nelle ultime ore il Labour sembra travolto dallo stesso delirio autolesionista. Cacciate Starmer e poi?, chiedono molti, mentre si formano gli schieramenti attorno ai due contendenti più ambiziosi, l’irrequieto ministro Streeting che da molti mesi è nella fase “o ora o mai più” ma non ha trovato il tempo giusto per il suo affondo, forse non ha nemmeno il consenso sufficiente per tentarlo; e il sindaco Burnham, che probabilmente è il più temuto da Starmer, che infatti gli ha sbarrato la strada per partecipare a un’elezione suppletiva e tornare così ai Comuni, punto di partenza per una corsa alla leadership: sembra che ora Burnham stia contattando i parlamentari più anziani o più stanchi chiedendo loro se avranno la cortesia di dimettersi per liberargli il posto, un posto che comunque va vinto con un voto, e quindi deve essere anche un seggio abbastanza sicuro da non consegnare a Burnham l’ennesima delusione. Il sindaco di Manchester sembra più popolare di Streeting, molti magnificano il suo talento politico e portano i dati dei suoi successi come sindaco a testimonianza del fatto che è già un governante preparato, ma alla fine di tutte le elucubrazioni – cui ieri si è aggiunta anche la cordata legata ad Al Carns, ministro delle Forze armate – resta la domanda irrisolta: basta cambiare il premier per salvare il governo e il Labour? Non è mai bello rispondere come fa Starmer e cioè: con questa implosione interna apriamo un’autostrada a Nigel Farage, il leader di Reform Uk che alle elezioni amministrative ha fatto un ottimo risultato e che ora ambisce a diventare premier del Regno Unito. Non è mai bello, ma è pur vero che lo slogan di Farage per le elezioni era: votate me e avrete Starmer out, e oggi il leader nazionalista non deve nemmeno più ripeterlo, perché i laburisti stanno facendo il lavoro per lui. E non deve nemmeno rispondere alle domande sui soldi con cui ha finanziato la sua campagna elettorale vittoriosa, né commentare il fatto che uno degli eletti del suo partito si è già dovuto dimettere perché aveva esultato per lo stupro di una non-britannica: può stare fermo ad aspettare che i laburisti regolino i loro conti in questo modo pubblico e scomposto, come se fossero a fine regno e invece sono al potere da soli due anni. C’è chi si augura che oggi re Carlo III durante il “King Speech” riesca a usare la sua straordinaria ironia – che abbiamo adorato durante la sua visita da Donald Trump – per ridimensionare lo psicodramma in corso e salvare non tanto il Labour ma il Regno.

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