Il Foglio
Era come nelle vecchie réclame della Mgm, nella golden age di Hollywood, quando radunavano tutti – attori, registi, tecnici – per la foto di fine anno e la scritta “More stars than there are in heaven” (cioè tutti i talenti ce li abbiamo noi, gli altri se li sognano). Stessa energia e dimostrazione di potenza alla gran parata della Siae al Quirinale, col temutissimo e potentissimo Salvo Nastasi – capo dell’ente, capo della Festa del Cinema, imperatore delle royalties – che schierava i suoi gioielli come un dominus della creatività italiana o un ministro ombra della Cultura, chissà. Star che si sbaciucchiano Mattarella , selfie, battute. Su tutti svettava Sorrentino e la boutade che ha fatto ridere la sala: “Se il mondo fosse abitato solo da lei e dagli artisti, presidente, vivremmo gioiosi e pacifici. Ma purtroppo ci sono anche gli altri” . Una di quelle frasi che aiutano a rendere ancora più simpatico il cinema italiano. Mattarella rideva, ma forse, sotto sotto, immaginava anche l’incubo. La distopia terrificante: lui, solo, al Quirinale, circondato da sessantacinque milioni di artisti – come se non bastassero già due mandati e cinque crisi di governo. Eccolo Mattarella alle prese con le paturnie di venti ministri che scrivono libri, girano film, cantano con l’Auto-Tune – che non è poi così impossibile da immaginare (Franceschini c’era andato vicino col sogno borgesiano della “Biblioteca dell’inedito”). Certo, Sorrentino è stato anche un po’ perfido, come per vendicarsi dei David che non lo premiano più: lì tutto uno sbracciarsi per dire “siamo lavoratori come tutti gli altri!”, e lui invece che rettifica, “eh no, siamo artisti, poi purtroppo ci sono gli altri”. Sa bene, Sorrentino, che gli artisti sono vanitosi, infantili, egoriferiti, invidiosi, cialtroni, stronzi e vigliacchi come tutti gli altri esseri umani, a volte anche peggio, solo che ogni tanto glielo perdoniamo . Però un mondo in mano a loro è una punizione sadica che non si augura al peggior nemico. E’ però una frase familiare nel mondo del cinema italiano. Dove spesso si domanda un po’ la stessa cosa: perché il pubblico non è tutto come noi? Fosse come noi, i nostri film andrebbero a vederli. Invece siamo circondati da gente insensibile, gente che non capisce. Come mai? Viene in mente il Monicelli raccontato da Suso Cecchi D’Amico, “uno che si sarebbe fatto impiccare piuttosto che parlare di ‘ispirazione’, di ‘anima’, di ‘creatività’; uno che non direbbe ‘noi artisti’ neppure sotto tortura”. Altri tempi! Nell’èra dei bambini adulti e delle bolle a nostra immagine e somiglianza, gli artisti vogliono stare per conto loro . Un mondo di artisti che non si mescola con noialtri. E quale occasione migliore per ricordarlo che la gran festa della Siae – ente che esiste e prolifica grazie a chi consuma prodotti artistici o paga i diritti, e cioè grazie agli altri?
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