Il Foglio
Le candeline di Miles Davis? Si soffiano con la tromba, dal vivo. Cent’anni fa, il 26 maggio 1926, nasceva il musicista che ha insegnato al jazz che cambiare non è tradire . Vicenza Jazz lo festeggia con due concerti che partono entrambi dalla stessa domanda impossibile: come si sta vicini a un gigante come lui senza sparire nella sua ombra? Michael Leonhart , trombettista e direttore newyorkese, la sua risposta la dà il 20 maggio al Teatro Comunale con la prima italiana di “New Sketches of Spain” , spettacolo costruito insieme al coreografo e ballerino di flamenco Israel Galván. Fabrizio Bosso lo segue la sera del 25 , portando il suo quartetto, insieme alla sassofonista francese Géraldine Laurent, a toccare la mezzanotte esatta, in tempo esatto per il compleanno di Miles. Leonhart lo dice chiaro: l’unico modo autentico di avvicinarsi a questa musica iconica è l’onestà, un equilibrio sottile tra audacia e vulnerabilità. La parte più difficile della preparazione, racconta, è stata decidere come evitare di imitare il tono e lo stile di Miles – “un esercizio che considero inutile e infruttuoso”. Bosso arriva alla stessa conclusione da un’altra direzione: “Lascio andare le cose come mi sento. Se continuo a suonare in un certo modo è perché non mi sono ancora stancato di quella musica”. Due risposte diverse alla stessa domanda . Due modi di dire che il tributo più onesto a Miles Davis è non farne un tributo. Leonhart ha cominciato a sentire Miles in cucina, a nove anni, dalla collezione di vinili di sua madre. Poi backstage, al Jvc Jazz Festival del 1988, quando suo padre – il bassista Jay Leonhart – suonava con il trio di Mel Tormé nello stesso cartellone. Da adolescente ha suonato al Village Vanguard, dove Miles e Coltrane avevano calcato il palco innumerevoli volte. “Un’esperienza fuori dal corpo”, dice. Bosso lo ha scoperto più tardi, verso i sedici, diciassette anni: prima erano venuti i pirotecnici, Clifford Brown su tutti. Miles è arrivato quando era già abbastanza grande da capire che “suonare la tromba piano è molto più difficile che suonarla forte. Deve arrivare al cuore della gente con delicatezza, con profondità”. Lo ha imparato una sera a Belgrado, ancora giovane, suonando un corale per soli fiati davanti a tremilacinquecento persone . Finito il brano ci furono due o tre secondi di silenzio prima dell’applauso. Quella pausa gli ha cambiato il modo di pensare al palco, racconta. “New Sketches of Spain” ha un’origine romantica: fu un’esibizione del ballerino di flamenco Roberto Iglesias a dare a Miles l’impulso per quell’album. Sua moglie Frances Taylor Davis – prima ballerina nera a danzare con l’Opéra di Parigi – aveva lasciato la carriera per seguirlo. “Sketches of Spain” nacque, in parte, da uno sguardo di Miles, seduto in platea. Galván e Leonhart ci tornano, riportando la musica al corpo che l’aveva originata: un ensemble da camera, percussioni, e il flamenco contemporaneo di Galván, stella della danza contemporanea. In “Sketches of Spain” la tromba di Miles è forse nella forma più esposta di tutta la sua carriera: una voce senza dove nascondersi, tenuta su dall’orchestra di Gil Evans . Leonhart non si sottrae al confronto. “L’unico modo autentico è l’onestà. La risposta sta nell’abbracciare pienamente la mia voce, fidandomi dell’interazione con i musicisti sul palco con me. Miles era un vero visionario, aveva un istinto quasi soprannaturale nel decostruire e fondere gli stili. Era pienamente consapevole del genio espansivo di Gil Evans. Se ‘Sketches of Spain’ sia venuto fuori ancora meglio di quanto si aspettassero? Forse sì”. Bosso, dal canto suo, quest’anno ha sempre Miles intorno . La sua versione degli “Sketches of Spain” con la Casa del Jazz Orchestra, “Kind of Miles” al Festival Time in Jazz, il progetto “Miles to Go” con la Carovana Tabù. “In ogni nota che facciamo c’è qualcosa di lui, ha lasciato un segno forte. In particolar modo per noi trombettisti”. A Vicenza il quartetto – con Julian Oliver Mazzariello al pianoforte, Tommaso Scannapieco al contrabbasso, Nicola Angelucci alla batteria – accoglie Géraldine Laurent. I due si erano già incontrati nel “Complete Communion” di Aldo Romano, omaggio a Don Cherry. Questa volta è Bosso ad aprire casa . “Sarà divertente anche perché lei è una musicista molto creativa”, dice, e sa che deve aspettarsi qualcosa di imprevedibile. “Una delle cose belle di questo lavoro è che possiamo ancora stupirci anche sul palco”. E sulla tromba, dopo cinquant’anni di uno strumento che suona da quando ne aveva cinque: “Ho ancora la paura di steccare una nota. Anzi, in questa fase della mia carriera la cosa che mi dà più fastidio è dover studiare per ore ogni giorno per non perdere quello che ho, mentre io vorrei solo suonare in modi nuovi, essere creativo”. Avrebbe apprezzato, Miles, che non guardava mai indietro . “Andava sempre avanti. Per mantenere il cervello attivo, è un grande insegnamento”, aggiunge Bosso. Leonhart dice la stessa cosa in modo speculare, parlando del proprio percorso poliedrico: Grammy a diciassette anni, “Uptown Funk”, Broadway, Wu-Tang, Wynton Marsalis, colonne sonore di videogiochi... “Cerco di evitare aspettative grandiose e di non giudicare in anticipo la musica. Le esperienze artistiche più profonde arrivano spesso dai posti in cui meno te lo aspetti”. Non un ritorno alle origini, dunque. L’ultima stanza di una casa che si sta ancora tirando su. A mezzanotte del 26 si soffia nelle trombe e su cento candeline. Sul palco le risposte a una domanda ancora aperta.
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