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L’impoverimento culturale è come la morte
Il Foglio

L’impoverimento culturale è come la morte

L’impoverimento culturale è come la morte: riguarda sempre gli altri. Infatti tutti ci cascano. E alzano a comando, debitamente aggrondati, il sapientissimo ditino, che scatta con voluttà indicando dove stanno gli evidentissimi colpevoli – altrove. L’allarme circa l’impoverimento culturale, nel vasto trovarobato della mediocrità riflessiva, è veste che fa figura e si pesca al volo appena spalancato il baule, non serve ravanare ore a due mani per farsi abbagliare dal suo riverbero di lustra patacca. L’impoverimento culturale (l’allarme circa) richiede una voce stentorea , tanto di tutto il resto nessuno si occuperà, compreso il fatto che non si capisce bene di cosa si parla, quando si parla di impoverimento culturale, e soprattutto non si chiedono mai i titoli a chi ci ammonisce in materia, perché più alto è l’urlo e meno ci interessa l’urlatore. L’impoverimento culturale (il grido di dolore per) fa accomodare chiunque dalla parte della ragione, perché poi come fai ad alzarti e dire no, ehm, scusate, io non vedo alcun impoverimento, o meglio, non capisco come si faccia a vedere, e già che ci siamo, se vogliamo essere un momentino seri, non si sa nemmeno come si misuri. A litri? A chili? A metri cubi? E infine, come lo si valuta, questo impoverimento? In antitesi a quale Età dell’oro in cui scorrazzavamo satolli nei giardini dell’Opulenza culturale, e il fogliame era di impaginato dantesco e si nuotava a rana in laghi di miele? L’impoverimento culturale è materia sfuggente, ed è un grimaldello universale per il consenso collettivo – come dire: oggi la frutta non sa più di niente! (Applausi) “Lui è quello che ha denunciato l’impoverimento culturale! Bravo, finalmente uno che lo dice”. Che dice cosa? Non si sa. Giacché la cultura è essa stessa indefinibile, tranne nelle tiritere assessorili durante il discorsetto di inaugurazione. Ma anche pensando a qualcosa di più circoscritto, la cultura è per definizione qualcosa che né si regala né si invoca, ma che faticosamente si ottiene strappandola al mondo e a sé stessi (romanzo russo batte serie tv). In tema di cultura, vale una regola: diffidare di un sedicente intellettuale quando parla come vostra zia o vostro zio . La querimonia travestita da pensiero tuona a zero danni, e non ne fa proprio perché è nulla, da nulla muove e verso il nulla va. Puro suono. Un trallallà. I grandi ammonitori circa il decadimento intellettuale non sono, nella storia della letteratura, mai mancati. Anche qui vige la regola summenzionata: il decadimento sono sempre gli altri. “Chi dice letterato dice divoratore di colleghi”, tuonava Jules Renard nel suo Diario. E poi, da gran conoscitore del mondo, cioè di sé stesso: “L’uomo non è che la metà di un imbecille”. Sarebbe bello che, per una volta, i denunciatori fossero la metà di un responsabile – responsabile di ciò che denunciano. E che non si chiamassero fuori con alterigia. Che ci regalassero, più che l’orecchiabilità delle lamentele e la ballabilità dei verdetti, la sostanza di un pensiero vero, cavato dal proprio stesso stomaco, da un dolore condiviso, e dalla voglia (per una volta) di amare il mondo senza ergersi, ma dandosi alla gioiosa fatica di accettarlo, di leggerlo, di viverlo. Sempre Renard − primo consiglio di lettura estiva, in anticipo su tutti – un giorno disse a Goncourt, parlando del suo diario: “Sapete ciò che lì dentro vi manca? La descrizione di voi stessi così come avete fatto quella degli altri”.

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