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C'è Modi e Modi | Collector
C'è Modi e Modi
Il Foglio

C'è Modi e Modi

Nuova Delhi. Chissà cosa dirà martedì quando arriverà a Fiumicino il premier indiano Narendra Modi. Forse non sarà contento. Forse troverà ispirazione. Nell’Italia e nell’aeroporto. Il premier dello stato più popoloso del mondo arriverà infatti dal Delhi International Airport, che è da anni premiato come “miglior aeroporto”, così dicono almeno gli immensi cartelloni negli immensi saloni e gate di questo immenso scalo della megalopoli del subcontinente. “Miglior aeroporto”, dice il cartello. Non si sa però di cosa. Non c’è neanche un asterisco che rimandi ad altro. Fiumicino per esempio è da anni miglior aeroporto europeo, mentre quello indiano non si sa in che campionato giochi, se è una classifica come quelle dei libri Amazon, dove ognuno per quindici minuti è sempre primo (tipo libri di autori umbri sui funghi, o di autrici di fiabe nate nel segno dell’Aquario). Ma non è importante. “Benvenuti alla porta della nuova India”, dice poi un altro striscione più pregnante superato il duty free, tra le pashmine e i tè matcha in offerta, prendi tre paghi due, accanto al faccione di Modi, padre della patria, barbuto, abbronzato, sorridente e affabile, occhiale senza montatura come un filosofo un po’ hipster. La nuova India e lui sono la stessa cosa. La nuova India è opera da questo premier che è appena stato unto (e riunto) dal signore – da Visnù o Shiva o quel che è – in una clamorosa rimonta elettorale nelle elezioni locali della settimana scorsa. L’avevano dato per spacciato, dopo che nel ‘24, al suo terzo mandato, non era riuscito a ottenere la maggioranza col suo Bjp, Bharatiya Janata Party, il “partito del popolo”, ma adesso ecco il colpo di scena, pare, grazie a un porta a porta fittissimo dei suoi funzionari e pure sua. Secondo il Financial Times è stato ottanta volte (ottanta!) nello stato dell’Assam, nel nordest dell’India, dove i numeri gli erano sfavorevoli. E’ ovunque. E dove non va lui in carne e ossa c’è il suo faccione. Sui bus, sulle case, negli uffici, nell'aeroporto. L’aeroporto è affollato a tutte le ore e in questo caso pure a mezzanotte. I controlli documenti sono micidiali, se ne contano sei in partenza per i voli internazionali, sei volte ti viene chiesto di mostrare il passaporto e la carta di imbarco, non c’è insomma il rischio di quelli diretti in Australia che finiscono in Austria. Forse è paura del terrorismo: un anno fa l’ultimo, 13 morti proprio nella capitale – o forse è manovra keynesiana per dare qualcosa da fare a un po’ di quegli 1.45 miliardi di indiani che conta il paese – contro 1,4 della Cina- anche se nessuno sa bene quanti siano davvero, gli indiani, l’ultimo censimento infatti va avanti da vent’anni ma nessuno sa esattamente a che punto si è arrivati e in che modo. Intanto Air India, la compagnia di bandiera, da qualche giorno ha sospeso alcuni voli a lungo raggio, perché non c’è carburante a sufficienza. Non si vola più a New York, Chicago, Singapore. Forse anche Modi rischia di rimanere a Roma senza benzina, per sempre, tipo Marziano di Flaiano. E chissà come si troverebbe con la fama di ascetico che lo accompagna (non mangia, non beve, dorme cinque ore, non ha famiglia né figli nel paese in cui figli e famiglia sono tutto. L’India, intendo). Forse Roma lo scioglierebbe un po’ a forza di fettuccine. Lui comunque non solo ha riconquistato il suo paese ma si è messo in testa un’idea meravigliosa. Che l’India del centenario dell’indipendenza nel 2047 non sia più una nazione in via di sviluppo ma sviluppata, sviluppatissima. Non pare però molto facile, ecco. Perché dopo aver rivinto le elezioni, altrettanto a sorpresa ha annunciato che le cose non vanno proprio alla grande. Martedì ha chiesto al valoroso popolo indiano di mettere “la nazione prima del comfort personale” rinunciando ai viaggi all’estero, usando meno carburante e perfino meno olio da cucina, e lavorando da casa più spesso: “In questo momento di crisi globale dobbiamo prendere un impegno importante e usare benzina e diesel con parsimonia”. E’ seguito crollo delle borse, ecc. Il fatto è che gli indiani non erano pronti, la nuova India pensavano fosse diversa. Questa sembra molto la vecchia. La nuova India era fatta della più alta crescita economica al mondo, di un nuovo ruolo internazionale; il modello Modi era un patchwork di antico e moderno, ennesima variazione sul tema delle democrature, democrazie hard o dittature soft. Zero conferenze stampa da quando è al potere, più tocco “fusion” con lo yoga, a cui è stato dedicato un ministero specifico, e la cui pratica è fortemente incoraggiata negli uffici pubblici. Più l’immancabile intelligenza artificiale che dovrebbe portare 1 trilione di dollari di pil nei prossimi anni, ma è una cifra che forse vale come il censimento. E poi, se arriva l’AI, che faranno mai gli 1,45 miliardi di indiani di cui già una non piccola parte sta buttata per terra ai margini delle strade? Faranno altri controlli ai passaporti? Di sicuro lui, elegantissimo nel suo “Nehru jacket”, il giacchetto simile a quello cortinese, con pochette coordinata, sguazza nel caos del mondo meglio di tanti altri. Approfittando della gintoneria che è l’ordine globale del momento, stringe accordi con tutti, spariglia le carte, con l’Unione Europea ma anche con Putin; con gli Stati Uniti ma anche con l’acerrimo rivale Canada, con Netanyahu e con gli Emirati. Così è partito proprio per un viaggio di cinque giorni che lo porterà prima appunto negli Emirati, poi in Olanda, poi Svezia, Norvegia, e infine appunto in Italia, dove giungerà martedì. Verrà in versione “light”, non per il clima (almeno a Roma ci sono 18 gradi contro i 40 di Delhi) ma come staff: i giornali indiani hanno sottolineato come il primo ministro in seguito all’annuncio sull’austerity abbia ridotto il convoglio presidenziale da cinque a due auto. A cascata, gli son andati dietro un po’ tutti, così anche altri ministri stanno tagliando le auto di servizio. Ma il traffico a Delhi, non molto diverso da quello romano, per ora non sembra risentire dell’austerity. Le auto blu (blu si fa per dire, sono soprattutto bianche), e quelle targate “government of India” sono comunque tantissime, e partecipano a quello scatenato balletto di incastri, sfioramenti, frenate (poche), tagli di strada, e strombazzamenti (tantissimi gli strombazzamenti) che compongono il traffico di Delhi, tra motorette, con o senza casco, autobus brulicanti di disgraziati senza aria condizionata e poi ancora risciò e soprattutto tuktuk (le apette per il trasporto passeggeri), anche in versione “delivery”, che con la app “Blinked” ti portano a casa tutto l’occorrente, entro un tempo di 8 minuti; o in versione “coiffeur a domicilio” (questo entro mezz’ora). A Delhi poi ci sono le vacche (sacre) mentre mancano le golf car elettriche e le finte Cinquecento cabriolet per i turisti, a differenza di Roma. La guida tecnicamente sarebbe poi a sinistra, lascito del colonialismo inglese, ma in realtà è ovunque, con una predisposizione per il centro della carreggiata. Al terrorizzato viaggiatore straniero che si regge come la Sora Lella alla maniglia dell’auto, mentre il taxi inchioda davanti alla occasionale mucca, viene spiegato che in realtà è tutto un po’ ammuina, vanno tutti relativamente piano, dunque poco conta che il pedale che tradizionalmente sta in mezzo agli altri due non è quasi mai usato, all’opposto di quello strumento usatissimo che è il bottone al centro del volante, il clacson, che viene premuto istericamente, da giovani, anziani, donne e maschi, con tantissime funzioni: allertare, segnalare, salutare, scansare. Perché frenare, quando puoi clacsonare? Forse nella prossima austerity Modi toglierà anche gli inutili freni alle auto indiane, tanto chi mai li utilizza? A differenza di Roma poi a Delhi tutti hanno il pos, anche per chiedere l’elemosina, basta inquadrare un QR code e l’improvvisata guida turistica che vi si affianca mentre sostate qualche secondo magari a Janpath, il quartiere dei ministeri e dei grand hotel, dove mi trovo a passeggiare, alla fine qualcosa vi chiede. “Ogni indiano è un mendicante: anche chi non lo fa per professione, se gli si presenta l’occasione, non rinuncia a tentare di tendere la mano” scriveva Pier Paolo Pasolini in L’odore dell’India , raccolta dei suoi reportage apparsi sul Giorno negli anni Sessanta, e Pasolini “special rapporteur” ha un occhio perfetto per il dettaglio, per l’osservazione sociologica precisa e pietosa allo stesso tempo. Mi viene in mente mentre passeggio boccheggiando sotto i palazzoni brutalisti del Palika Kendra, coppia di edifici che ospitano tra gli altri il ministero degli interni e il consiglio comunale, mammozzoni gemelli sorti nei primi anni Ottanta a forma di “namaste” cioè il tipico saluto indiano, già “igonigi” insieme ad altri per le nuove burocrazie della decolonizzazione come il Jawahar Vyapar Bhawan, che contiene altre partecipate di stato, in un enorme meccano di cubi color ocra, opere ormai celebri di brutalismo indiano (ma il Jawahar Vyapar Bhawan risente pure del “metabolismo”, non quel processo intestinale noto a tutti e spesso traumatizzato dal cibo e dall’acqua di Delhi, bensì un raro movimento architettonico che vede piccole capsule sovrapposte, e che ebbe il suo apice con la fu Nakagin Capsule Tower di Tokyo). Il tutto a sovrastare le vecchie architetture coloniali, il vetusto e candido Imperial Hotel inaugurato nel ‘36, dove Nehru, Gandhi e lord Mountbatten ultimo viceré discussero le condizioni della nuova India indipendente. Dal metabolistico edificio penzolano fili e le guardie cercano l’ombra delle colossali magnolie e mangrovie che abbelliscono la città-giardino. E nella controra, mentre gli impiegati escono per infilarsi nella fermata della metropolitana nel calore inenarrabile, mentre cercano di attraversare gli stradoni costruiti quando Delhi divenne capitale al posto di Calcutta, viene in mente quell’altro racconto di un altro grande scrittore, l’indiano Naipaul, su una capitale governata dai flussi della burocrazia: ambientato in Sudamerica, a Montevideo, ma secondo me ispirato proprio a Delhi: descritta come una città da “un milione di lavoratori, di cui duecentocinquantamila sono statali. La Pluna, la compagnia aerea, aveva mille dipendenti e un solo aereo funzionante. dipendenti dell’Ancap, la società petrolifera di Stato, arrivavano in ufficio prima dell’apertura: c’erano più impiegati che sedie. Via posta non si fa nulla. Bisogna andare di persona. Il servizio è lento, ma gli utenti, sparsi tra fattorini e cani-poliziotto addormentati nell’atrio, non si lamentano: molti di loro sono dipendenti pubblici di altri dipartimenti, con tempo da perdere”. Fuori dalla città, altro vanto del governo sono le autostrade. Uno dei punti di forza di Modi è infatti il programma di infrastrutture. Ma sulla Delhi-Mumbai Expressway, che porta all’altra grande megalopoli, viaggiando in direzione sud, verso Jaipur, le strade sono tutte sconnesse mentre ruspe e gru operano senza tregua, manca solo il sindaco Gualtieri col caschetto arancione, è peggio di un cantiere della Metro C: l’asfalto vecchio viene continuamente martellato e rimosso e sostituito (ma sarà migliore, di qualità, quello nuovo? Di quello vecchio indiano, e pure di quello romano, entrambi non della massima qualità, vabbè). Altro punto di forza che Modi si attribuisce è poi anche di aver molto ridotto la povertà: non del tutto, come i Cinquestelle italiani, e chissà se avrà preso esempio da loro, ma insomma abbastanza. O almeno, così si pensava fino a prima dell’annuncio della austerity. Poi ci si è messa pure la crisi iraniana, e adesso tutti ti raccontano di questa fuga dalle città. In tanti infatti tornano nelle campagne, non per un neo-ruralesimo come da noi alcuni svalvolati, ma per ragioni più pratiche. Hanno finito il gas, non arrivano più le bombole per cucinare, causa Hormuz, e allora si torna al paese, dove si può cucinare con il carbone o con la legna del bosco o con la monnezza che non manca mai tra le casupole di lamiera o cemento, nonostante tutti sembrino intenti a un’unica attività, spazzare (cosa che in Italia non usa molto). Spazzano all’ombra dei casamenti con i tondini d’acciaio che spuntano verso l’alto, per piani superiori mai costruiti, per eccesso di ottimismo o mancanza di perfezionismo. Andando verso il Rajasthan, la quantità di baracche e le povere genti che vi vivono, dormendo all’aperto, stendendo i miseri panni al fil di ferro tra due striminziti alberi, è impressionante. Ogni tanto anche qui spunta il faccione di Modi, a mò di murale, tra le lamiere contorte, su fondo arancio. Il modulo dell’abusivismo e del non finito indiano ha le sue peculiarità, son quasi sempre cubotti di cemento sovrapposti, di diversi colori, con terrazze, e quando si può, con una torretta in mezzo, che prende luce da una finestrona di vetro fumé. Mi ricorda tantissimo qualcosa, ma non mi viene in mente cosa. Facile dire: siamo sulla Salerno-Reggio Calabria. Il non finito calabrese. Ma non è questo. In uno sperduto villaggio nelle zone delle cave di marmo del Rajasthan mi imbatto in un matrimonio di popolo, colorato, allegro – forse apparato in fretta e furia, sono gli ultimi fuochi prima delle restrizioni, che impongono anche di rimandare gli sposalizi (non solo Castelli delle cerimonie locali, ma soprattutto all’estero: ne risentirà la Puglia, terra ormai d’elezione per il format “sposalizio indiano con elefanti”?). Talvolta sorge improvvisa e sparuta la villozza più signorile delle altre, per un notabilato in crescita. Anche sul tema Pasolini si era espresso, parlando dei “quattrocento milioni di indiani”, cifra che negli anni Sessanta sembrava già spaventosa. “La borghesia indiana”, scrive nel ‘62, ha “un modulo vagamente prossimo al nostro, se pensiamo alla borghesia meridionale: formazione recente, imitazione di un altro tipo di borghesia, squilibrio psicologico, con forti contraddizioni, dall’albagia stupida e crudele, a una sincera comprensione dei problemi popolari, eccetera”. E ancora: “I padroni dei negozietti hanno un’aria sempre spaventata, spesso istupidita. Di fronte agli europei , che sono ancora un modello che gli pare irraggiungibile, perdono quasi la parola. Così si serrano nella vita famigliare, a cui danno un’importanza assoluta: pieni di figli, ne coltivano la dolcezza: la loro dolcezza frastornata si perpetua in quella, tenera, dei figli, e il cerchio della dolcezza così si chiude, un poco vilmente e egoisticamente”. Non parla dei moduli abitativi della borghesia indiana, Pasolini, che non ha fatto neanche a tempo a vedere la nuova classe che non esisteva ancora, quella dei megaricchi, quella oggi trilionaria simboleggiata dagli Ambani, la famiglia più bombastica dell’India. Chi mai potrà dimenticare le nozze del rampollo triste, il pingue, asmatico, diabetico, insomma inguaiato, Anant Ambani? Era il simbolo delle nozze globali cafonal, prima di essere scalzato da un nuovo record di cafonalesimo nuziale, quello di Jeff Bezos a Venezia. Ma al grosso grasso matrimonio indiano c’erano Mark Zuckerberg in camicia animalier e John Elkann in camicia leopardata. Con Rihanna che cantava per 6 milioni di dollari, e l’aria pure scocciata. La fortuna della dinastia arriva dal nonno, Dhirubhai Ambani, che partendo da una pompa di benzina in Yemen fondò una fabbrichetta negli anni Cinquanta, cominciando con la produzione di poliestere e poi allargandosi alla raffinazione del petrolio, ai commerci, alle telecomunicazioni, a qualunque campo, fino a creare il più grande conglomerato asiatico, che fa praticamente tutto, tipo la ItalPetrolCemenTermoTessilFarmoMetalChimica di Fantozzi. Adesso gli Ambani hanno la casa più grande del mondo (o più costosa del mondo, forse entrambe le cose, non ricordo). Vale un miliardo e due, è un palazzone a Mumbai fatto di cubi sovrapposti, e composto di 27 piani, inframezzati da piscine e terrazze e assomiglia molto, circondato da alte cancellate – ecco! - alle catapecchie dei poveri del Rajasthan. Ecco la somiglianza che non mi veniva in mente. Forse è stato progettato dalla solita archistar-sòla; o forse, un omaggio dei committenti sinceri democratici alle proprie origini benzinare. Comunque al suo arrivo a Roma Modi troverà ancora più similitudini tra i due paesi: ieri ha improvvisamente alzato i prezzi sui carburanti dopo che li aveva congelati fino alle elezioni (ricorda qualcosa?). Ma soprattutto, il governatore dello stato indiano del Maharashtra sempre per l'austerity è fatto filmare mentre andava al lavoro trionfalmente in moto, e con tanto di ministro della Cultura aggrappato dietro sul sellino. L’opposizione analizzando le storie su Instagram ha scoperto però che aveva i documenti scaduti. Anche in India, la situazione è seria ma non grave, vabbè.

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