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L’allarme della Cgil per difendere i privilegi residui sulle pensioni | Collector
L’allarme della Cgil per difendere i privilegi residui sulle pensioni
Il Foglio

L’allarme della Cgil per difendere i privilegi residui sulle pensioni

La Cgil nei giorni scorsi ha dato inizio alla mobilitazione d’autunno in materia di pensioni richiamando all’ordine il Campo largo e la Lega , in tutt’altre faccende affaccendati. Il responsabile del settore delle politiche previdenziali Ezio Cigna, ogni anno, più o meno in questa stagione fa scivolare una palla di neve nella speranza che si trasformi al momento opportuno in una valanga contro il governo. L’anno scorso la Cgil denunciò il rischio dei nuovi “esodati” , addirittura “55 mila” lavoratori che – in conseguenza del ripristino dell’adeguamento dei requisiti anagrafici e contributivi all’incremento dell’attesa di vita – sarebbero rimasti senza reddito e senza pensione per tre mesi. Non erano né esodati né “55 mila”, bensì 5 mila prepensionati per i quali ora il governo sta prevedendo uno scivolo in sede di conversione del decreto Lavoro. Ma il caso spalancò la porta alla messa in discussione del meccanismo in sé producendo, da subito uno scaglionamento per legge dei tre mesi previsti nel biennio 2027-2028, e, in prospettiva una richiesta della Lega e delle opposizioni di abolire tout court la normativa dell’adeguamento alla demografia anche a costo di affossare l’incerta sostenibilità del sistema. Il cavallo di Troia della Cgil, stavolta, consiste in un’analisi degli effetti derivanti dalla revisione delle aliquote di rendimento dall’allungamento delle finestre di uscita e dell’adeguamento alla speranza di vita a seguito della Legge di bilancio 2026 per gli iscritti alle gestioni Cpdel (enti locali), Cps (sanitari), Cpi (insegnanti di scuole parificate) e Cpug (ufficiali giudiziari) ovvero alle ex Casse del Tesoro trasferite dapprima all’Inpdap, poi all’Inps. L’analisi al grido di “basta penalizzare il pubblico impiego” recupera un precedente casus belli incluso del ddl di bilancio 2024 evidenziandone gli effetti economici a scapito dei dipendenti. Il ministro Giorgetti in quella circostanza aveva scovato un privilegio sfuggito persino a Elsa Fornero. In sostanza, si trattava di armonizzare le aliquote di rendimento per coloro a cui era applicato il sistema misto, perché nella normativa vigente i valori partivano dal 23,865 per cento a fronte di un’anzianità di servizio da zero a 15 anni. In conseguenza era sufficiente rientrare anche per un solo anno (magari di riscatto della laurea) nel calcolo retributivo per avere una pensione maggiorata di quasi il 24 per cento e la differenza con le aliquote ordinarie (pari al 2,5 per cento l’anno) proseguiva fino a 15 anni di anzianità quando avveniva l’allineamento. Se fossero passate le modifiche proposte, queste categorie non sarebbero state vittime di un danno emergente ma solo di un lucro cessante, destinato peraltro a dissolversi nel tempo quando tutti fossero andati in pensione solo col calcolo contributivo. Le categorie interessate, però, insorsero come un sol uomo trainate dal personale sanitario reduce dalla lotta a mani nude contro il Covid e quindi a caccia di solidarietà, aggiungendo alla carota anche il bastone ovvero la minaccia di una massiccia fuga anticipata in pensione per poter usufruire delle previgenti normative. Il che – si diceva – avrebbe messo ancor più in difficoltà il Sistema sanitario, già debilitato dagli esodi prodotti da Quota 100. Il governo si trovò in evidente imbarazzo. E così modificò la norma, in modo che non ci fossero penalizzazioni per chi si fosse ritirato con la pensione di vecchiaia e per chi avesse raggiunto al 31 dicembre 2023 i requisiti in precedenza previsti. Inoltre, fu introdotto un ulteriore meccanismo di tutela in modo da ridurre la penalizzazione all’approssimarsi all’età della pensione di vecchiaia. Per fare massa critica , l’analisi della Cgil aggiunge a questo lucro cessante anche il presunto danno derivante dal meccanismo della indicizzazione dei requisiti e dell’adeguamento dei coefficienti di trasformazione. Proseguendo, l’analisi oltre a rappresentare l’effetto annuo della riduzione delle aliquote di rendimento, aggiunge l’impatto economico complessivo che tale penalizzazione può determinare nell’intero periodo di percezione della pensione sviluppando una simulazione su casi limite da cui risultano riduzioni cumulate di notevole entità. Infine, l’analisi arriva al sodo : all’effetto dell’aumento dei requisiti pensionistici se non si dovesse ritornare – questa volta per sempre – al blocco all’adeguamento all’attesa di vita dal 2027 in avanti. Nei casi considerati nella simulazione la combinazione tra finestra mobile, adeguamento alla speranza di vita e taglio delle aliquote produrrebbe, nel 2050, un allungamento significativo della permanenza al lavoro, fino a superare i 48 anni complessivi di attività, per non subire il taglio del privilegio. Mentre per mantenere le regole privilegiate è sufficiente andare in pensione di vecchiaia all’età canonica. Al solito l’analisi non si occupa dell’età in cui decorre la pensione e del tempo della percezione in rapporto all’evoluzione dell’aspettativa di vita. Questo è lo snodo cruciale nel rapporto con le nuove generazioni.

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