Il Foglio
Roma. Se proprio bisogna cercare un elemento vero di discontinuità tra Francesco e Leone XIV che non abbia a che fare con gli appartamenti abitati o il guardaroba, questo risiede nel concetto di periferia. E’ stato il vocabolo forse più usato nei dodici anni bergogliani, parolina quasi magica (al pari di “sinodalità”) che veniva usata pressoché in ogni circostanza, spesso non sapendo bene se si intendessero le periferie sociali, culturali o banalmente geografiche. O tutte queste cose insieme. Prendendo una mappa dell’Europa, il concetto si chiariva bene: Francesco, nel suo peregrinare, aveva scelto di toccare i luoghi distanti dal cuore del continente. Come Magellano, che circumnavigò il globo senza mai passare dal suo supposto centro. Lesbo e Lampedusa, la Bosnia e la Grecia, la Svezia. E quando si recava nei grandi paesi di solida tradizione cattolica, lo faceva perlopiù in occasione di eventi programmati: la Giornata mondiale della gioventù in Polonia, l’Incontro mondiale delle famiglie in Irlanda. E poi la Slovacchia, l’Ungheria più volte. Perfino la Svizzera. Mai, però, in Germania e in Spagna . Quando andò in Francia, a Marsiglia, ordinò ai giornalisti al suo seguito che facessero sapere che lui era andato a Marsiglia per gli Incontri del Mediterraneo, e non in Francia in visita ufficiale. A Parigi sono ancora piccati perché anziché recarsi a Notre-Dame per il gran party di riapertura, Francesco preferì dirigere l’aereo su Ajaccio, nella ribelle Corsica . Leone XIV ha scelto come prime mete dei suoi viaggi apostolici in Europa il Principato di Monaco e poi, dal 6 al 12 giugno, la Spagna. Una settimana fra Madrid, Barcellona, le Canarie. Programma fittissimo: la processione del Corpus Domini nella capitale, la veglia con i giovani, il bagno di folla con la società civile allo stadio Bernabeu, la preghiera alla Sagrada Família, e poi gli incontri con i migranti e con le istituzioni che li seguono. In totale cinque omelie, dodici discorsi, cinque indirizzi di saluto. Il País ha subito sottolineato “l’impronta sociale del viaggio”: Leone visiterà il molo di Arguineguín, “simbolo del dramma migratorio delle Canarie”, un centro di accoglienza a Tenerife, una casa per senzatetto a Carabanchel e una parrocchia a Barcellona. Momento assai atteso è il discorso che terrà alle Cortes spagnole, primo Papa a prendere la parola davanti al Parlamento riunito in sessione congiunta. Non sarà facile: la polarizzazione politica e ideologica è forte anche in Spagna e se tra i settori progressisti si sostiene che Prevost punterà sulla questione migratoria e sulla convivenza tra i popoli, a destra ci si aspetta che dalla voce del Pontefice esca qualche parola contro il diritto all’aborto – che Pedro Sánchez si appresta a inserire nella Costituzione – e sul fine vita. Sullo sfondo, le tensioni fra una parte della gerarchia locale e Vox, il partito di estrema destra finito lo scorso febbraio in un caso che coinvolgeva proprio il País: secondo il quotidiano, infatti, durante un incontro con i vescovi spagnoli, il Papa avrebbe detto che la sua principale preoccupazione è il rafforzamento dell’estrema destra che tenta di “strumentalizzare la Chiesa”. Notizia che la Conferenza episcopale smentì subito, sottolineando che mai il Pontefice aveva pronunciato tali affermazioni. Ma Robert Prevost ha già dato dimostrazione, in questo anno di pontificato di saper schivare gli ostacoli posti sul suo cammino con grande abilità : lo si è visto in occasione della visita alla Sapienza e, ancor di più, quando risponde sui temi considerati ostici e divisivi: dai prontuari benedizionali del cardinale Marx alle risposte da dare a Donald Trump. Al di là dei rischi di strumentalizzazione, che del resto ogni viaggio comporta, l’evidenza è che il vescovo di Roma torna a porre al centro della sua missione la vecchia Europa. Anche qui, non sconfessando il concetto delle periferie care a Francesco, ma facendo intendere che periferia, oggi, è anche quella che un tempo era la terra d’elezione del cattolicesimo. Non a caso, a fine settembre con ogni probabilità si recherà anche in Francia (a Parigi e Lourdes, secondo le informazioni date dall’episcopato locale), constatando come nella patria della santa laïcité qualcosa inizi a germogliare, prova ne è l’alto numero di battesimi adulti registrati da anni a ogni Veglia pasquale. Un’Europa dove la fede può alimentare anche la politica. Ricevendo poco meno di un mese fa i rappresentanti del Partito popolare europeo, Leone XIV ricordò che “il progetto europeo, sorto dalle ceneri della Seconda guerra mondiale, nasce certamente da una necessità pratica – evitare che si ripeta un tale conflitto –, ma è altrettanto intriso di un orizzonte ideale, ossia della volontà di dare vita a una collaborazione che ponesse fine a secoli di divisioni e consentisse ai popoli del continente di riscoprire il patrimonio umano, culturale e religioso che li accomuna. I Padri fondatori erano animati dalla loro fede personale e consideravano i princìpi cristiani un fattore comune e unificante, che poteva contribuire ad archiviare lo spirito revanscista e conflittuale che aveva portato alla Seconda guerra mondiale”. Si vedrà come tali propositi e auspici saranno declinati nelle prossime tappe del viaggio di Leone in quello che fu il cuore della cristianità .
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