Collector
Meloni e lo scalpo preferenze: è tentata dal sacrificarle per approvare la legge elettorale. E Salvini apre al voto anticipato | Collector
Meloni e lo scalpo preferenze: è tentata dal sacrificarle per approvare la legge elettorale. E Salvini apre al voto anticipato
Il Foglio

Meloni e lo scalpo preferenze: è tentata dal sacrificarle per approvare la legge elettorale. E Salvini apre al voto anticipato

Via le preferenze, purché questo compatti il centrodestra e spinga Lega e Forza Italia ad approvare la nuova legge elettorale , dando seguito all’accordo di maggioranza. Se ne sta convincendo sempre di più, in queste ultime settimane, la premier Giorgia Meloni. Che anche in ragione della discussione interna agli alleati non vuole offrire pretesti per far naufragare il lavoro sullo Stabilicum, ovvero lo schema delle nuove regole da introdurre se si vuole scongiurare il famoso “pareggio” tanto temuto in Via della Scrofa. Sempre che Salvini non voglia andare al voto prima, visto che ieri – prima di una mezza retromarcia – ha evocato un epilogo diverso: “Si andrà a votare a scadenza naturale, ma dipende anche da fattori economici”. Con ministri come Crosetto costretti a rispondergli: “Rimango finché me lo chiedono”. Per questo più che sulle preferenze, invise al Carroccio e ai forzisti, il lavoro che si sta facendo è sulla presentazione di una serie di emendamenti che raccolgano alcune delle preoccupazioni evidenziate dagli esperti auditi in commissione Affari costituzionali. Anche di area centrosinistra . Uno dei padri dello Stabilicum come Giovanni Donzelli, capo dell’organizzazione di Fratelli d’Italia, nelle scorse settimane l’aveva detto: “Si può pensare a un premio di maggioranza differenziato tra Camera e Senato”. E infatti, per venire incontro ai consigli espressi da personalità quali il politologo della Luiss Roberto D’Alimonte, ma anche l’ex deputato del Pd e costituzionalista Stefano Ceccanti o ancora come il docente di Diritto costituzionale Francesco Clementi, non esattamente destrorsi, tra le proposte migliorative avanzate dai meloniani potrebbe esserci proprio un abbassamento del premio di maggioranza (stabilito da un listone fisso che varia da 70 a un massimo di 230 deputati) al 55 per cento, visto che attualmente potrebbe superare il 60 per cento e consentirebbe l’elezione, praticamente da soli, del prossimo presidente della Repubblica. L’idea sarebbe quella di differenziare tra Camera bassa e alta, con il premio che a Palazzo Madama, tenendo conto anche dei senatori a vita, potrebbe essere del 57 per cento. Con l’ulteriore possibilità che la soglia per accedere a quel premio possa salire, quantomeno alla Camera, al 42 per cento rispetto all’attuale 40 per cento. Un modo, si ragiona a destra, per frenare la corsa solitaria di Vannacci. E le preferenze? In questo quadro non sono sfuggite alla premier alcune considerazioni condivise con i suoi vicepremier Antonio Tajani e Matteo Salvini. “ Se l’emendamento non passa, l’intero impianto della legge rischia di crollare ”, è un po’ il senso delle preoccupazioni emerse a Palazzo Chigi. Anche perché nel frattempo, a partire da Forza Italia, verso lo strumento per selezionare direttamente gli eletti continuano ad affastellarsi prese di posizioni contrarie (emerse anche in un vertice dei gruppi parlamentari con lo stesso Tajani, che ieri alla Camera ha ribadito come il testo non le preveda). Per questo un’opzione potrebbe essere l’accorciamento dei listini bloccati. O, come ha scritto Il Sole 24 ore, il recupero dei collegi uninomiali proporzionali della legge per l’elezione dei presidente di provincia. Un abbandono delle preferenze (che invece saranno perorate da Noi Moderati), però, sconterebbe da una parte gli attacchi dei vannacciani (e che, per mano del deputato Edoardo Ziello, che siede in commissione Affari costituzionali, presenteranno un emendamento per introdurle). Dall’altra farebbe sì che il campo largo si arrocchi ancor di più sull’Aventino, potendo agitare con grande facilità l’accusa di “scarsa rappresentatività” garantita dalla legge. Considerazioni che si scontrano, però, con la cognizione, da parte di FdI, che “difficilmente sul punto avremmo potuto contare sul loro sostegno”. Tanto vale allora compattare la coalizione e via. Come che sia la decisione finale, però, la volontà di approvare la legge elettorale entro l’estate (le audizioni si sono concluse ieri e martedì e mercoledì prossimi ci sarà la discussione generale in commissione), incardinandola anche al Senato, è il segno di una presidente del Consiglio che dopo i rallentamenti della “fase due” del governo forse accelera per innestare una terza marcia. In cui completare pure quel pacchetto immigrazione licenziato dal governo a febbraio e il cui esame in commissione Affari costituzionali al Senato è appena cominciato. Lì Forza Italia e Lega potrebbero rinfacciarsi le diverse posizioni in tema di cittadinanza. Con FdI nel mezzo a predicare posizioni mediane di equilibrio. Della serie: per adesso su questo punto meglio non intervenire.

Go to News Site