Il Foglio
Tutti difendono il ceto medio, finché non bisogna trovare i soldi. Allora diventa il bersaglio perfetto: numeroso, quindi capace di garantire un gettito ampio; tracciabile, cioè facile da colpire; abbastanza solido da pagare, non abbastanza ricco da sottrarsi. Il rapporto annuale Istat 2026 , presentato oggi, dice che il 61,2 per cento dei residenti appartiene a questa fascia, in crescita rispetto al 59,8 per cento del 2015. Il problema è che questa maggioranza sociale si è impoverita. Se guardiamo alla spesa equivalente, una misura che rende confrontabili famiglie grandi e piccole, vediamo che tra il 2014 e il 2024 è salita da 2.543 a 2.935 euro al mese. Ma, considerando l’inflazione, è scesa del 5,6 per cento. Significa che le famiglie delle fasce centrali spendono nominalmente di più, ma comprano realmente meno. In questi anni il ceto medio è rimasto schiacciato. In alto, i redditi e i patrimoni più solidi hanno avuto maggiori strumenti per difendersi dall’inflazione, anche grazie alla crescita degli asset finanziari (le Borse sono ai massimi). In basso, le fasce più fragili hanno beneficiato dei tanti aiuti pubblici: Reddito di cittadinanza prima, Assegno d’inclusione poi, Assegno unico, bonus nido, tagli contributivi e bonus energia. Misure che hanno permesso di recuperare il potere d’acquisto perso. E anche il drenaggio fiscale, quel meccanismo per cui l’inflazione gonfia i redditi sulla carta e il fisco incassa di più, è stato più che compensato solo per chi guadagna fino a 35 mila euro . In mezzo resta appunto il ceto medio. Troppo ricco per beneficiare della maggior parte dei provvedimenti di welfare, troppo poco ricco per non essere morso dall’aumento dei prezzi. Massimo Baldini, professore di politica economica all’Università di Modena e Reggio Emilia, parla al Foglio di “doppia progressività”: la classe media viene stretta “sia dal lato della tassazione che dal lato delle spese sociali”, dice l'economista al Foglio. Paga imposte che salgono rapidamente con il reddito, ma quando prova ad accedere al welfare trova soglie, tariffe graduate e benefici che si assottigliano fino a sparire. Il meccanismo riguarda molte misure. L’Assegno unico è universale, ma è più generoso per chi ha redditi bassi. Anche il bonus nido è legato all’isee, come molti servizi pubblici comunali. Il risultato, dice Baldini, è che “le famiglie della classe media finanziano il welfare con le tasse me poi pagano la maggior parte dei servizi”. Questa dinamica non riguarda solo l’Italia. L’Economist ha parlato di “Robin Hood state”: nei paesi ricchi i sistemi fiscali sono diventati più redistributivi di quanto si pensi, e lo stesso è accaduto all'Italia. Le disuguaglianze prima delle tasse sono aumentate, ma gli stati hanno redistribuito più di prima. Il punto è che questo travaso aiuta le fasce basse, ma finisce per pesare sui redditi medi e medio-alti, cioè su chi paga gran parte delle tasse. In Italia il problema è accentuato per due ragioni: i ricchi veri sono pochi e i salari sono bassi. Baldini lo dice così: “Da noi ci saranno al massimo duemila super ricchi, una tassa su di loro avrebbe poco gettito”. Per questo, quando servono risorse lo stato finisce per “pescare dove c’è tanta gente, nel ceto medio”. Il nodo resta la crescita . “La nostra fascia media non sarebbe considerata tale negli altri paesi”, spiega Baldini, “perché gli stipendi sono molto bassi”. Dopo trent’anni di stagnazione, l’Italia si è allontanata da Germania e Francia: “ Per risollevare il ceto medio servirebbero uno o due punti di crescita dei redditi all’anno perché senza salari più alti e più produttività, ogni redistribuzione diventa pesante ”. C’è poi la pressione fiscale locale. Il governo può rivendicare il taglio dell’aliquota del secondo scaglione Irpef dal 35 al 33 per cento, ma il contribuente paga anche le addizionali regionali e comunali. Molti enti le hanno aumentate per compensare i trasferimenti statali in calo e non indicizzati all’inflazione. Così le grandi città, a partire da Roma e Milano, hanno mantenuto il prelievo al massimo consentito, lo 0,8 per cento. E la maggior parte delle regioni ha esteso o ha in progetto di estendere la platea soggetta all’aliquota maggiore. Il risultato è che il taglio dell’Irpef nazionale viene più che compensato dal prelievo locale . Così, sopra i 35 mila euro, la pressione fiscale può aumentare anche se le aliquote statali scendono. E ancora una volta, il conto finisce sul ceto medio.
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