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Ha 14 anni l’arbitro più giovane d’Italia. La storia di Federico Ottaviani | Collector
Ha 14 anni l’arbitro più giovane d’Italia. La storia di Federico Ottaviani
Il Foglio

Ha 14 anni l’arbitro più giovane d’Italia. La storia di Federico Ottaviani

Federico Ottaviani, nato a Madrid, residente a Orte (Viterbo) e primo anno di liceo a Narni (Terni), è – ad oggi – il più giovane arbitro italiano. Iscritto alla “famosa” Aia, quella (anche) delle “bussate”, del Var a intermittenza, delle designazioni gradite e non, dei rinvii a giudizio, delle dimissioni, degli scandali. A novembre Federico ha partecipato al corso trimestrale per diventare arbitro, come racconta papà Paolo, tecnico dell’Enel: “Ha fatto tutto da solo, ha spedito la mail alla sede Aia di Viterbo, insieme ad un amico, a noi genitori ce l’ha detto solo dopo, quando dovevamo accompagnarlo al corso”. Il presidente della sezione Aia, Ennio Mariani, se lo ricorda bene: “Uno dei più curiosi, quello che faceva domande non banali, voleva sapere come comportarsi in casi complessi ed eccezioni, insomma, non le solite cose. Mai saltata una lezione. Il 20 aprile ha compiuto 14 anni e due settimane fa l’abbiamo designato per Blera-Celleno, categoria under 14, quindi quasi coetanei, per il debutto ufficiale”. Federico, hai dormito la notte prima? “Direi benissimo, meno agitato di quanto pensavo, invece non mi sono ‘impanicato’ come è successo a un mio amico alla sua prima gara”. Senza “impanicarsi”, è finita 10-2 per il Blera, segnare tutti i marcatori nel piccolo libretto a disposizione, non deve essere stato facile. “Quella è stata la cosa più complicata, a pensarci. Ci sono solo sei spazi per una squadra e sei per l’altra, ho dovuto fare delle modifiche”. Non solo: in 70 minuti (due tempi da 35’) ha decretato due rigori e ammonito tre calciatori. “Uno per gioco scorretto, due perché, pur avendoli richiamati più volte, continuavano a dire parolacce”. Il momento più emozionante, dovendo sceglierne uno, è stato prima del fischio: “Il minuto di raccoglimento per Zanardi, conoscevo la sua storia, sapevo che era senza gambe”. La domanda più banale – “ma chi te lo ha fatto fare?” – è quella più superflua. Parte in automatico il discorso da manuale, prestampato: “L’arbitraggio insegna a prendere decisioni, anche se a volte possono essere impopolari o scomode, al rispetto delle regole per giocatori e dirigenti”. Come no. Passiamo ad altro. Dove tieni il fischietto, a casa? “Sul comodino vicino al letto, insieme ai cartellini”. Lo consideri un ruolo di potere, anche se a questi livelli giovanili? “Un po’ sì, ma non un potere assoluto, la bravura è nel cercare di tranquillizzare le anime, di non far degenerare le situazioni. E farlo da solo, ovviamente, è difficile”. Vero: si dice giudice unico in campo, la verità è che si tratta di un giudice solo. Federico giocava in porta e, fino ai 19 anni, può fare contemporaneamente calciatore e arbitro (ovviamente non delle partite della sua squadra, né del campionato dove gioca). Da calciatore, come vedevi la figura dell’arbitro? “ Nelle categorie in cui ho giocato, in realtà, non c’erano arbitri, quel ruolo lo fanno i dirigenti. Diciamo che non mi interessava molto, nemmeno quando in tv guardavo una partita, ora invece sono molto attento ai comportamenti del direttore di gara, cerco di imparare, la partita è la stessa e gli occhi che la guardano sono gli stessi, ma è tutto diverso ”. Tra qualche anno Federico sarà costretto a scegliere, se continuare a fare il calciatore o l’arbitro (“la seconda, il calciatore non lo so fare”). Intanto si diverte. Il presidente della sezione Aia di Viterbo, Mariani, è soddisfatto così: “Siamo come i cercatori di oro. Di un corso che inizia con 50 iscritti, alla fine ne restano pochi, 5 o 6, ma restano per sempre. La divisa non te la togli più”. Federico e gli altri perché lo fanno? “Le motivazioni principali sono tre. La prima è la tessera dell’Aia, che permette di entrare in qualsiasi stadio per assistere a qualsiasi partita. La seconda è il rimborso, 43 euro più rimborso chilometrico per i genitori – in questo caso, essendo minorenne l’arbitro – per ogni gara. Il terzo sono i crediti formativi, che valgono nelle scuole e nelle università. Poi c’è la quarta: la passione, che non si spiega. Nei campi più spelacchiati d’Italia, ogni volta, è una caccia all’arbitro, che finisce spesso in ospedale, inseguito, picchiato, deriso, insultato. Mariani fa di sì con la testa, ma sorride: “Quando qualche genitore mi confessa che ha paura delle botte per il figlio con il fischietto, gli dico: se giocasse da calciatore, correrebbe più rischi di finire in ospedale o di farsi male. Sia fiducioso”. E loro? “Fanno finta di crederci, ma è così”.

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