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Premi sdoppiati e sorprese: Cannes non sa scegliere, ma sceglie il film di Mungiu | Collector
Premi sdoppiati e sorprese: Cannes non sa scegliere, ma sceglie il film di Mungiu
Il Foglio

Premi sdoppiati e sorprese: Cannes non sa scegliere, ma sceglie il film di Mungiu

Colpo di scena finale, dopo una premiazione che mostra tutte le sue incertezze nei premi sdoppiati. Così abbiamo due migliori attrici, la francese Virginie Efira e la giapponese Tao Okamoto , per il film molto lodato di Ryusuke Hamguchi, “All of a Sudden”. Sono la direttrice di un ospizio per anziani e una commediografa giapponese. Si incontrano per caso, l’amicizia scoppia improvvisa, dopo notti di chiacchiere. Anche il premio per il miglior attore è stato “spartito”, tra due attori dello stesso film. E’ andato a Valentin Campagne e Emmanuel Macchia , giovani attori di “Coward”, diretto dal regista belga Lucas Dhont. Due soldati che durante la prima guerra mondiale si innamorano: una recluta, e un commilitone che tiene allegre le truppe con spettacoli di travestimento. Lucas Dhont, a dispetto dei premi ricevuti e della giovane età - è nato nel 1991 - ha un modo sdolcinato di affrontare i drammi che si aggrava di film in film. Terzo ex aequo , il premio per la regia. Diviso tra due film che non potrebbero essere più diversi. Il rigoroso, nel senso di punitivo per lo spettatore, “Fatherland” di Pawel Pawlikowski , regista polacco con studi di letteratura e filosofia, specializzato a Oxford in letteratura tedesca. Era in cima ai punteggi dei critici , che quando si possono mostrare acculturati non perdono l’occasione. Bianco e nero, Thomas Mann che non versa una lacrima per Klaus, il figlio suicida (proprio a Cannes). E invece si strugge: durante la guerra è fuggito negli Usa, forse i concittadini - dell’Est e dell’Ovest - non lo festeggeranno più. L’altro vincitore nella categoria “migliore regia” è "La bola negra”, da un testo teatrale che Federico Garcia Lorca non finì mai. Diretto da due registi, Javier Calvo e Javier Ambrossi che si fanno chiamare los Javis, come un duo musicale. Il loro film racconta tre storie di maschi, in tre periodi storici diversi. Discontinuo, a tratti noioso, sembra l’ultimo affronto a Pedro Almodovar, che aveva un bel film in gara - già nei cinema italiani - e non è stato premiato con la Palma d’oro che sempre gli sfugge. Prima perché era troppo audace, ora perché riflette sul suo lavoro. Rullo di tamburi, per la seconda Palma d’oro al regista rumeno Cristian Mungiu , quasi venti anni dopo “4 mesi, 3 settimane, 2 giorni”. Ha vinto con un film feroce ma senza proclami, ambientato in Norvegia: “Fjord” . Una coppia mista, lui rumeno, lei norvegese, e i loro 5 figli tornano in Norvegia dalla Romania. I genitori religiosi e conservatori - niente videogiochi, telefonini, e altre diavolerie moderne - si scontrano con la protezione dei minori. Una ragazza ho un livido, a scuola se ne accorgono e accusano i genitori. Non certe lezioni di ginnastica dove fanno la lotta, e neanche le amiche manesche.

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