Il Foglio
Nella nuova e spaventosa agenda del catastrofismo universale, un’agenda all’interno della quale ogni rischio diventa un pericolo, ogni novità diventa una minaccia, ogni problema diventa un allarme, ogni innovazione diventa uno spauracchio, c’è un tema che di giorno in giorno conquista sempre più posizioni all’interno della scala dell’indignazione permanente. E quel tema, lo avrete capito, tende sempre di più a coincidere con due parole divenute sempre più minacciose: intelligenza artificiale . Oggi, lo sapete, è un giorno speciale per parlare di intelligenza artificiale perché è il giorno in cui Papa Leone XIV svelerà i contenuti della sua prima enciclica , al centro della quale vi sarà, a quanto pare, anche il tema del rapporto con l’AI . La presenza al Soglio pontificio di un Papa non antioccidentale, americano, che ha sempre criticato il capitalismo senza mai demonizzarlo, suggerisce la possibilità di un testo all’interno del quale la tecnologia non verrà demonizzata ; semmai a essere demonizzata potrebbe essere l’idea di fare di quella tecnologia una nuova religione, non al servizio dell’essere umano ma con l’essere umano al servizio della tecnologia. Nell’attesa di poter leggere il testo papale, vale la pena provare a spendere due parole preventive sulle ragioni sballate che negli ultimi tempi hanno trasformato l’intelligenza artificiale in un sinonimo di catastrofe, di terrore, di angoscia assoluta verso il futuro . Avere paura delle novità è razionale, naturalmente, ma trasformare la paura in un motore automatico di repulsione è quanto di più pericoloso e di irrazionale vi possa essere per provare a non diventare ostaggio della tecnologia. Eric Schmidt , ex amministratore delegato e presidente di Google, uno dei manager che hanno trasformato il motore di ricerca in un impero tecnologico globale, oggi investitore, filantropo e voce influente nei dibattiti su intelligenza artificiale, sicurezza e futuro dell’occidente, qualche giorno fa ha tenuto in un’università americana un’importante lezione sull’AI che ha fatto notizia per le ragioni sbagliate . La notizia su cui si sono concentrati molti giornali internazionali è il boato di fischi che alcuni studenti hanno rivolto a Schmidt durante il suo discorso, nei passaggi dedicati all’intelligenza artificiale. La notizia più trascurata, però, è che il discorso di Schmidt è stato un primo tentativo, da parte di un grande esperto della tecnologia, di non offrire una lezione sull’intelligenza artificiale basata sull’utopia che tutto andrà bene, che il progresso è solo fonte di positività, che la tecnologia non potrà che offrire benefici . Schmidt, più semplicemente, ha offerto agli studenti, anche a quelli che lo hanno fischiato, un vocabolario minimo per declinare un ottimismo non ingenuo. Schmidt dice che la paura va presa sul serio, ovvio, ma dice anche che la paura non basta come progetto strategico: per dominare l’AI, occorre costruire il futuro del nostro rapporto con l’AI . Schmidt dice una cosa non scontata per un ex capo di Google: pensavamo di aggiungere pietre a una cattedrale della conoscenza, ma il mondo costruito si è rivelato più complicato e dobbiamo riconoscere che gli stessi strumenti che ci hanno connesso ci hanno anche isolato, le stesse piattaforme che hanno dato voce a tutti hanno degradato lo spazio pubblico, la stessa tecnologia che avrebbe potuto dare opportunità a tutti ha creato problemi a ripetizione. Un ottimismo tecnologico con la testa sulle spalle parte da qui, non parte dall’idea che sia andato tutto bene, ma parte dall’idea che qualcosa in questi anni è andato storto e vale la pena dunque non ripetere quegli errori. Il primo punto da comprendere, dice Schmidt, è che l’AI non può essere trattata come un settore tra gli altri. Non è “il digitale”, non è “la Silicon Valley”, non è “il software”: è una nuova infrastruttura cognitiva . “Oggi – ha detto Schmidt – ci troviamo sull’orlo di un’altra trasformazione tecnologica, una trasformazione che sarà più grande, più rapida e più consequenziale di tutto ciò che è venuto prima. Toccherà ogni professione, ogni aula, ogni ospedale, ogni laboratorio, ogni persona e ogni relazione che avete. So cosa molti di voi provano al riguardo. Vi sento. C’è una paura, c’è una paura nella vostra generazione che il futuro sia già stato scritto, che le macchine stiano arrivando, che i posti di lavoro stiano evaporando, che il clima stia cedendo, che la politica sia frantumata, e che stiate ereditando un disastro che non avete creato”. Schmidt, naturalmente, suggerisce di sperimentare l’AI, di dominarla, di guidarla, di coglierne le opportunità. Ma Schmidt, per declinare il suo ottimismo con la testa sulle spalle, ricorda che la tecnologia è neutrale, non è né buona né cattiva, è solo uno strumento, e che il valore di quella tecnologia deriva da ciò che gli umani riusciranno a metterci dentro. E se è vero che l’intelligenza artificiale democratizza le conoscenze, è anche vero che per poterla dominare fino in fondo sarà sempre più importante riempirla di contenuti che possano guidarla senza farla andare fuori strada. Schmidt insiste sul fatto che la tecnologia “da sola” è uno strumento. Dice che il valore viene da ciò che gli esseri umani ci mettono dentro: libertà, dibattito, diversità, uguaglianza, apertura. Ricorda che lo scienziato che deciderà quale domanda porre potreste essere voi, che l’architetto che deciderà quale progetto realizzare potreste essere voi, che il cittadino che deciderà che tipo di paese vorrà potrebbe essere uno di voi. E mette di fronte a noi, e agli studenti dell’Arizona, due verità. Più l’intelligenza artificiale andrà avanti e più sarà importante coltivare talenti. E più l’intelligenza artificiale sarà forte, e sarà uno strumento nelle mani potenzialmente di tutti, più sarà importante avere studenti formati a coltivare il dissenso, a difendere la libertà, a non chiudersi nelle proprie bolle. Perché l’AI non sostituirà automaticamente la politica, la cultura, l’etica, le istituzioni: le costringerà semmai a diventare più forti . L’AI, dice in definitiva Schmidt, farà paura finché sarà raccontata come una forza che toglie destino alle persone. Diventerà invece una possibilità e un veicolo di opportunità se verrà raccontata come qualcosa che chiede più cultura, più politica, più università, più libertà, più occidente. Messaggio chiaro: non fermare l’AI, ma umanizzarne la direzione. Speriamo sia lo stesso messaggio contenuto nell’enciclica.
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