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L’Ilva è lo specchio di tutti i grandi problemi irrisolti d'Italia | Collector
L’Ilva è lo specchio di tutti i grandi problemi irrisolti d'Italia
Il Foglio

L’Ilva è lo specchio di tutti i grandi problemi irrisolti d'Italia

C’è un’immagine che più di ogni altra racconta il destino industriale dell’Italia contemporanea: una fabbrica sequestrata dalla magistratura che continua a produrre in amministrazione straordinaria, sorretta da decine di decreti emergenziali, finanziata dallo stato, contestata dai territori, inseguita dalle procure, dichiarata strategica da tutti i governi e nella sostanza abbandonata a se stessa. Quell’immagine è l’Ilva di Taranto . Da tredici anni l’Italia non riesce né a chiuderla né a salvarla. E forse è proprio questa l’essenza della vicenda: l’Ilva non è soltanto una crisi industriale. E’ il luogo in cui si condensano tutti i grandi problemi irrisolti del paese. La difficoltà della politica nel decidere. L’assenza di una strategia industriale. Il conflitto permanente tra poteri dello stato. L’incertezza normativa che paralizza gli investimenti. La transizione ecologica evocata come parola d’ordine ma mai realmente governata. L’uso patologico dell’emergenza come tecnica di governo. Taranto è diventata la capitale italiana del rinvio. Ventitré decreti “salva Ilva”, otto governi, un commissariamento e due amministrazioni straordinarie, miliardi di euro pubblici immessi nel sistema, trattative internazionali naufragate, sequestri, dissequestri, proroghe, nuovi piani ambientali, nuovi contenziosi. Tutto si muove, nulla si risolve. La fabbrica continua a perdere capacità produttiva, capitale umano, credibilità industriale e finanziaria. Nel frattempo, il paese continua a ripetere che l’acciaio è strategico, salvo poi comportarsi come se non lo fosse . Eppure la questione Ilva non riguarda soltanto Taranto. Riguarda l’Italia e il suo rapporto con l’industria, con lo sviluppo, con il potere pubblico. Perché nella storia dell’Ilva c’è l’intera parabola del capitalismo italiano degli ultimi sessant’anni: il protagonismo dello stato imprenditore, la grande industrializzazione del Mezzogiorno, le privatizzazioni degli anni Novanta, la globalizzazione, la crisi delle classi dirigenti pubbliche, l’incapacità di governare la transizione ecologica. Taranto è stata prima promessa di modernizzazione e poi simbolo del fallimento della modernizzazione italiana. Negli anni Sessanta il quarto centro siderurgico di Taranto rappresentava il cuore dell’Italia industriale che cresceva. La grande fabbrica pubblica doveva trasformare il Mezzogiorno, creare occupazione, integrare il Sud nella manifattura europea. E per un certo periodo quella promessa sembrò funzionare. L’Italsider diventò uno dei più grandi poli siderurgici d’Europa. La città crebbe attorno alla fabbrica. Interi quartieri sorsero a ridosso degli impianti. Taranto diventò una company town mediterranea, totalmente dipendente dall’acciaio. Persino la privatizzazione dell’Italsider è stato un caso di successo, consentendo lo sviluppo di un’industria privata dell’acciaio fra le più competitive d’Europa. Ma proprio lì si consumò l’equivoco originario dello sviluppo italiano: industrializzare senza governare il territorio, produrre senza pianificare, crescere senza integrare ambiente, salute e urbanistica. Per anni il compromesso implicito fu semplice: l’acciaio portava lavoro; dunque, tutto il resto poteva essere rinviato. La questione ambientale venne sottovalutata, rimossa, spesso negata. Quando esplose, era ormai troppo tardi. Nel 2012 la magistratura di Taranto dispose il sequestro dell’area a caldo sulla base di perizie che collegavano le emissioni dell’impianto a gravi conseguenze sanitarie e ambientali. Da quel momento la storia industriale dell’Ilva si trasformò in una crisi permanente dello stato italiano. La politica non scelse mai davvero cosa fare. Chiudere la fabbrica? Impossibile, perché l’Ilva produceva acciai piani fondamentali per intere filiere industriali nazionali: automotive, elettrodomestici, meccanica, cantieristica. Salvare la fabbrica? Necessario, ma senza assumersi fino in fondo i costi politici, economici e ambientali di quella scelta. Così si è affermato il modello italiano della non-decisione: rinviare, prorogare, commissariare, tamponare. L’emergenza è diventata sistema di governo. Ogni esecutivo ha cercato soprattutto di contenere l’esplosione sociale immediata: evitare la chiusura, garantire gli stipendi, salvaguardare l’indotto, scongiurare il collasso occupazionale. Pochissimi hanno costruito una vera strategia industriale di lungo periodo. La decretazione d’urgenza ha sostituito la politica industriale. I commissari hanno sostituito gli imprenditori. Le proroghe hanno sostituito le scelte. Nel frattempo, la fabbrica perdeva competitività. Il dato più impressionante è forse questo: nel 2007 l’Ilva produceva quasi 9 milioni di tonnellate di acciaio; oggi fatica a superare il milione. La perdita di capacità produttiva dopo il commissariamento ha avuto effetti enormi sull’economia italiana. Il paese è diventato progressivamente dipendente dalle importazioni di laminati piani, proprio mentre tutti parlavano di autonomia strategica e sovranità industriale. Qui emerge uno dei paradossi più italiani della vicenda. Da almeno dieci anni tutti dichiarano che l’Ilva è “strategica”. Ma un asset strategico non si governa con l’improvvisazione permanente. Non si lascia sospeso tra procure, decreti, tribunali e gare fallite. Non si affida a una successione infinita di soluzioni transitorie. Se davvero l’acciaio è strategico – e lo è – allora serve una politica industriale. Ed è proprio questo il grande vuoto italiano. Mentre Germania e Francia hanno affrontato la transizione della siderurgia dentro strategie pubbliche esplicite, l’Italia ha oscillato continuamente tra statalismo emergenziale e ritirata dello stato. Prima la privatizzazione ai Riva. Poi l’esproprio senza indennizzo e il commissariamento. Poi la vendita ad ArcelorMittal. Poi il ritorno del pubblico attraverso Invitalia. Poi una nuova amministrazione straordinaria. Nessuna linea coerente, nessuna direzione stabile. La vicenda ArcelorMittal è emblematica. Il più grande gruppo siderurgico del mondo entra in Italia e pochi anni dopo cerca di uscirne. Certo, ci sono ragioni industriali e di mercato. Ma il punto centrale è un altro: nessun grande investitore internazionale può operare efficacemente in un sistema in cui il quadro regolatorio, giudiziario e politico cambia continuamente. L’Ilva è diventata il simbolo dell’incertezza italiana. In nessun altro caso il conflitto tra poteri dello stato è apparso così esplicito e così direttamente incidente sulla vita economica del paese. Procure, governi, tribunali amministrativi, Corte costituzionale, Corte di giustizia europea, enti locali, ministeri: ciascuno ha esercitato legittimamente il proprio ruolo, ma il risultato complessivo è stato una paralisi decisionale. La politica ha spesso scaricato sulla magistratura responsabilità che avrebbe dovuto assumersi. La magistratura, dal canto suo, si è trovata progressivamente investita di questioni che eccedevano il perimetro tradizionale della giurisdizione, entrando inevitabilmente dentro nodi di politica industriale ed energetica. L’episodio recente del sequestro dell’Altoforno 1 dopo l’incendio del maggio 2025 è quasi una rappresentazione teatrale della crisi italiana: accuse reciproche tra procura e governo, ritardi nelle autorizzazioni per la messa in sicurezza, impianto compromesso, capacità produttiva ulteriormente ridotta, nuova cassa integrazione. Tutti parlano di interesse nazionale mentre il sistema continua a deteriorarsi. Ma il punto forse più delicato riguarda la certezza del diritto. La recente giurisprudenza europea ha affermato un principio destinato ad avere effetti enormi: il rispetto delle prescrizioni dell’Autorizzazione Integrata Ambientale non basta automaticamente a escludere la responsabilità dell’impresa se permane un rischio sanitario significativo secondo le conoscenze scientifiche disponibili. E’ una questione giuridicamente e moralmente comprensibile, ma economicamente esplosiva. Perché ridefinisce continuamente il confine entro cui un’impresa può considerarsi legittimamente operante. E qui il problema non riguarda più soltanto Taranto. Riguarda la possibilità stessa di attrarre investimenti industriali in Italia. Se il perimetro delle responsabilità resta mobile, se il quadro autorizzatorio può essere rimesso continuamente in discussione (ai tempi dell’intervento della magistratura l’Ilva dei Riva operava nel pieno rispetto delle autorizzazioni ambientali), se il conflitto tra livelli istituzionali diventa strutturale, allora il rischio sistemico cresce enormemente. L’Italia continua a chiedersi perché gli investimenti esteri siano inferiori rispetto ad altri grandi paesi europei. La risposta, in parte, sta anche qui: non nell’eccesso di regole, ma nella loro instabilità. Tutto questo si intreccia con la grande questione della transizione ecologica. Ed è qui che la vicenda Ilva diventa ancora più significativa. Per anni la decarbonizzazione è stata evocata come soluzione salvifica senza affrontare con adeguato pragmatismo le sue implicazioni industriali, tecnologiche ed energetiche. Eppure l’acciaio è uno dei settori hard to abate, cioè più difficili da decarbonizzare. La trasformazione dell’Ilva richiede enormi investimenti, disponibilità energetica, infrastrutture, approvvigionamenti di gas e preridotto, riconversione tecnologica. Non basta annunciare i forni elettrici. Serve una politica energetica coerente. Serve decidere dove costruire gli impianti DRI. Serve affrontare il nodo del gas. Serve capire come sostenere economicamente la transizione di un settore energivoro dentro un contesto europeo già gravato da costi energetici superiori a quelli americani o asiatici. In Italia invece la transizione è stata spesso trattata come una formula retorica più che come una strategia industriale concreta. Il risultato è che l’Ilva si trova oggi sospesa tra due modelli incompatibili: un ciclo integrale ambientalmente sempre meno sostenibile e una decarbonizzazione ancora priva di basi industriali solide. Anche qui il rinvio sostituisce la decisione. Eppure la strada era stata indicata già molti anni fa. Il piano Bondi del 2014 prevedeva la progressiva conversione dal ciclo integrale ai forni elettrici alimentati da preridotto. Con oltre dieci anni di anticipo rispetto al dibattito attuale, individuava già la direzione inevitabile della siderurgia europea. Ma quella traiettoria non venne davvero perseguita. Mancavano risorse, consenso politico, coordinamento istituzionale. Si preferì ancora una volta galleggiare nell’emergenza. Forse la lezione più amara dell’Ilva è proprio questa: l’Italia riesce spesso a diagnosticare correttamente i problemi, ma non riesce a costruire nel tempo le condizioni politiche e istituzionali per risolverli. Anche gli strumenti pubblici utilizzati raccontano questa difficoltà. L’amministrazione straordinaria, nata come misura eccezionale per salvare grandi imprese strategiche, è diventata un contenitore di crisi irrisolte. Nel caso Ilva si è addirittura ripetuta due volte sullo stesso complesso industriale. Gli ammortizzatori sociali sono stati prorogati per anni senza costruire un vero percorso di riconversione professionale. Migliaia di lavoratori sono rimasti sospesi in una lunga zona grigia tra occupazione, lavoro sommerso e non-occupazione. Ancora una volta l’emergenza ha sostituito la politica. Il paradosso finale è che mentre l’Italia consuma energie in conflitti interni, il mondo attorno cambia velocemente. La Cina domina la sovrapproduzione globale di acciaio, e in buona sostanza copre il nostro fabbisogno di laminati piani. Gli Stati Uniti alzano nuove barriere commerciali. L’Europa tenta di proteggere la propria industria con il Carbon Border Adjustment Mechanism. La competizione geopolitica torna a intrecciarsi con la sicurezza industriale. E in questo scenario l’Italia rischia di perdere definitivamente il controllo della propria capacità siderurgica primaria. Per questo l’Ilva non è soltanto una storia locale. E’ una questione di sovranità industriale, di capacità statuale, di credibilità istituzionale. E’ il punto in cui si incontrano tutti i limiti della Repubblica contemporanea: l’incapacità di decidere, la frammentazione dei poteri, il corto respiro della politica, l’assenza di visione industriale, la mancanza di una politica energetica. Taranto racconta un paese che proclama continuamente l’interesse strategico di qualcosa che non riesce più realmente a governare. E forse è proprio questa la definizione più precisa della crisi italiana. Non la mancanza di risorse. Non la mancanza di competenze. Ma la difficoltà crescente di trasformare una decisione politica in una strategia stabile, credibile e duratura. L’Ilva resta lì, sospesa tra chiusura e rilancio, tra altoforni e decarbonizzazione, tra diritto alla salute e diritto al lavoro, tra capitale pubblico e capitale privato. Una fabbrica che continua a sopravvivere senza riuscire davvero a vivere. Come l’Italia. Stefano Firpo, direttore generale di Assonime

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