Il Foglio
Carlo “Carlin” Petrini , il fondatore di Slow Food, l’uomo che più di ogni altro è riuscito a trasformare il cibo da questione gastronomica a tema politico, culturale, morale e persino identitario, era malato da tempo, ma fino all’ultimo aveva continuato a intervenire nel dibattito pubblico con quella miscela molto italiana di affabulazione, militanza, intelligenza intuitiva e spirito missionario che lo aveva reso una figura riconoscibile ben oltre i confini dell’enogastronomia. Ieri mattina, il funerale laico a Pollenzo, sede della “sua” Università di Scienze gastronomiche . Nato a Bra il 22 giugno 1949, figlio di un ferroviere e di un’ortolana, Petrini si forma politicamente nella sinistra extraparlamentare degli anni Settanta, militando nel Partito di Unità Proletaria e collaborando con giornali come il manifesto e l’Unità. Non è un dettaglio secondario. Per capire davvero Slow Food bisogna ricordare che il movimento non nasce semplicemente come associazione gastronomica, ma come pezzo di una cultura politica ben precisa: quella che guardava con sospetto il capitalismo globale, l’omologazione culturale, l’americanizzazione dei consumi e l’industrializzazione della vita quotidiana. La leggenda fondativa è nota: la protesta contro l’apertura del McDonald’s in piazza di Spagna, a Roma, nella seconda metà degli anni Ottanta. Da lì nasce prima Arcigola e poi, nel 1989, ufficialmente Slow Food. Una risposta simbolica e politica al fast food americano, ma anche un tentativo di costruire un contro-modello culturale: lento contro veloce, locale contro globale, artigianale contro industriale, tradizione contro modernità. In quella stagione si saldano infatti gastronomia, militanza culturale e una certa nostalgia ideologica per un mondo contadino percepito come più autentico, più umano, più giusto. Una nostalgia che in Italia ha attraversato decenni e colori politici diversi, da Pasolini fino a una parte consistente dell’ambientalismo contemporaneo. Ridurre però Petrini a una caricatura antiamericana sarebbe un errore. Il suo vero talento fu capire in anticipo che il cibo sarebbe diventato il linguaggio politico e identitario del XXI secolo. Quando molti consideravano la gastronomia una faccenda frivola, lui intuì che dentro il cibo si sarebbero intrecciati ambiente, agricoltura, turismo, salute, globalizzazione, diritti, nostalgia, consumi e perfino geopolitica. In questo senso il suo impatto sul dibattito pubblico italiano è stato enorme, probabilmente persino superiore a quello di molti leader politici. Oggi è quasi impossibile parlare di agricoltura, biodiversità, sostenibilità o prodotti locali senza usare categorie che, direttamente o indirettamente, passano dal vocabolario costruito da Slow Food . Anche chi non ha mai amato Petrini – e sono molti – deve riconoscergli un merito gigantesco: aver dato dignità culturale e accademica a un tema che rischiava di rimanere confinato nel folklore, nelle sagre e nelle nostalgie provinciali. La fondazione dell’Università degli studi di Scienze gastronomiche di Pollenzo, nel 2004, fu un’intuizione straordinaria. Per la prima volta il cibo veniva trattato come oggetto di studio serio, multidisciplinare, internazionale. Economia, antropologia, storia, agronomia, ecologia e comunicazione trovavano una casa comune attorno alla gastronomia. Non era più soltanto “mangiar bene”: era un tentativo di interpretare il mondo attraverso il cibo. E qui entra inevitabilmente anche una generazione di studiosi che, pur muovendosi spesso su posizioni lontane o apertamente opposte rispetto a quelle di Petrini, ha finito per lavorare dentro lo spazio culturale che lui aveva contribuito a costruire. Negli ultimi dieci anni il dibattito storico, economico e identitario sul cibo in Italia è diventato centrale anche grazie a questo terreno preparato da Slow Food . Persino chi come me ha contestato duramente certe derive ideologiche del petrinismo – il mito della tradizione immobile, la diffidenza verso l’industria, la narrazione sentimentalizzata della civiltà contadina – ha potuto farlo perché il tema era ormai uscito dalla marginalità accademica ed era diventato oggetto di discussione pubblica nazionale e internazionale. Paradossalmente, dunque, anche molte critiche rivolte a Slow Food sono figlie del successo di Slow Food. Senza Petrini, probabilmente, il cibo sarebbe rimasto un tema da inserti domenicali o da guide gastronomiche. Con Petrini è diventato invece uno strumento per discutere di modernità, identità nazionale, globalizzazione e perfino lotta politica . Naturalmente, proprio qui iniziano anche le ambiguità e le distorsioni del suo lascito. Perché la grande forza narrativa di Slow Food ha finito spesso per produrre una visione del passato profondamente selettiva, quando non apertamente mitologica. Nel mondo raccontato da Petrini e dai suoi epigoni, la civiltà contadina tendeva a trasformarsi in una specie di Eden perduto: armonioso, sostenibile, comunitario, quasi felice. Un luogo nel quale il cibo era autentico, il rapporto con la natura equilibrato e la produzione ancora “umana”. Ma la storia reale delle campagne italiane racconta soprattutto altro: fame, pellagra, rachitismo, lavoro massacrante, povertà cronica, mortalità infantile, emigrazione di massa. Per milioni di italiani la modernità industriale non fu una disgrazia, ma una liberazione. Il frigorifero, l’industria conserviera, la chimica agraria, la grande distribuzione e perfino una parte del fast food rappresentarono, nel secondo dopoguerra, l’uscita definitiva dalla scarsità alimentare. Eppure, dentro una certa cultura slow, la modernità è stata spesso trattata quasi esclusivamente come una colpa. Qui sta forse il frutto più problematico dell’eredità petriniana: aver contribuito, spesso involontariamente, a costruire un racconto nel quale l’innovazione tecnologica diventa sospetta per definizione, mentre il passato viene investito di una superiorità morale automatica. La diffidenza verso gli Ogm, verso alcune forme di agricoltura intensiva, verso la standardizzazione industriale e perfino verso la globalizzazione alimentare è diventata col tempo una postura ideologica che di scientifico aveva ben poco. Eppure, sarebbe ingeneroso liquidare Petrini come un semplice nostalgico. In realtà, la sua grande intuizione fu capire che il cibo non è mai soltanto nutrizione. E’ racconto, potere, appartenenza, simbolo. Il problema è che quel racconto, negli anni, ha spesso finito per sostituire la realtà. L’Italia contemporanea si è convinta di essere soprattutto un paese gastronomico, quasi dimenticando che la propria ricchezza è nata molto più nelle fabbriche che nelle cucine. E anche questo slittamento culturale porta, almeno in parte, la firma di Carlin Petrini . Ma forse è proprio qui che si misura la statura storica di un personaggio: nella capacità di modificare il modo in cui una società guarda sé stessa. Petrini ci è riuscito. Nel bene e nel male. Ha dato nobiltà politica al cibo, ha imposto nuovi linguaggi, ha costruito reti globali, ha reso la gastronomia una questione culturale centrale. Ma ha anche contribuito a diffondere un’idea talvolta sentimentale della tradizione e una diffidenza morale verso quella modernità che, con tutti i suoi difetti, ha allungato la vita, riempito le dispense e liberato intere generazioni dalla fame. Ed è forse questa la contraddizione più interessante del suo percorso: l’uomo che ha combattuto il fast food americano è diventato, senza volerlo, uno dei più grandi creatori di un nuovo consumo globale. Perché insieme a quel salume o a quel formaggio vendeva identità, memoria, territorio e autenticità. Merci immateriali, ma potentissime.
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