Il Foglio
Roberto Giachetti era entrato in sciopero della fame per protestare contro la commissione di Vigilanza Rai che non si riunisce da sette mesi. Barbara Floridia, senatrice del M5s, quarantanove anni, presidente della commissione di Vigilanza, invece ha scritto un libro. E lo ha presentato ieri sera alla Galleria Alberto Sordi, a Roma, con Giuseppe Conte e Sigfrido Ranucci. Niente di male. Quasi tutti i politici scrivono libri. Qualcuno li legge persino. Ma l’opera è notevole. Si intitola “C’era una volta la Rai”, edizioni Dedalo, è ha il tono della denuncia e del memoriale. Floridia, messinese, professoressa di italiano in aspettativa ormai da quasi dieci anni, apre le danze con una frase che è già entrata nell’antologia della prosa italiana del Novecento, per quanto sia scritta nel Duemila: “Oggi sono di fronte a un bivio che separerà definitivamente chi ero prima di essere eletta da chi sono diventata dopo”. Un bivio che separa chi eri prima da chi sei dopo. Come tutti i bivi. Come tutti i prima e tutti i dopo. Questo bivio, dice Floridia, “mi allontanerà da un passato irrimediabilmente contaminato dalla mia nuova esperienza di vita verso un presente che mi vede in piena trasformazione umana”. Il passato, dunque, è stato contaminato. Dall’esperienza. Come un pozzo da una perdita di gasolio. E dal futuro, anche, è stato contaminato. Che poi è il presente. Nel quale si è in piena trasformazione (“umana”). Verso cosa? Non è dato sapere. Forse verso un libro ancora più lungo. E noi lo speriamo davvero. Perché è proprio qui che arriva il momento più alto. Floridia infatti ha anche scoperto, in Parlamento, che i politici suoi colleghi indossano tutti una maschera “per dirla con Pirandello”, precisa lei che ha studiato. “Io invece mi sono sempre mossa portando a spasso la mia faccia”. La faccia. A spasso. Come un barboncino. Come un labrador anziano che non vuole più camminare. Bisogna ammettere che la prosa è densa, generosa, percorsa da una vitalità ortografica encomiabile. I punti ci sono tutti. Le virgole, quando arrivano, arrivano a sorpresa, come gli ospiti nei pranzi di Natale. Sarà un successo. E infatti il libro è piaciuto molto anche al presidente Giuseppe Conte, che ieri sera, alla libreria Mondadori della Galleria Alberto Sordi ne parlava col giusto tono di grande considerazione. A Conte, d’altra parte, non può essere sfuggito, qualche riga dopo Pirandello, uno dei passaggi più alati del manufatto, quando il libro di Barbara Floridia – come si usa dire – prende davvero quota. “Pensavo, quando ero fuori i palazzi” – scrive la senatrice, con la preposizione articolata che si è dileguata per ragioni sue – “che il vuoto politico che percepivo da cittadina fosse essenzialmente morale, invece mi sono accorta che era anche un vuoto intellettuale”. La rivelazione prosegue: “Nel passato remoto i dibattiti, seppur aspri e drammatici, erano sempre profondi”. Ecco. E qui va riconosciuto alla senatrice, ex docente di italiano, il merito di aver promosso il passato remoto da tempo verbale a epoca storica vera e propria, popolata di Padri Nobili scomparsi e di senatori che oggi, ahimè, le sembrano un po’ deludenti. Anche se, “certo, ci sono persone di livello, molto preparate e abili oratori, ma troppo poche”. Si arriva così al cuore della meditazione. “Mi chiedo: che mondo abito da quando sono in politica? Quale responsabilità ho nella scelta del mio linguaggio? A volte mi sembra tutto un teatro. Anzi un teatrino, nel quale si mette in scena davanti ai miei occhi istituzionali una tragicommedia democratica”. Gli occhi istituzionali, in particolare, sono un’invenzione promettente. In pratica organi da vista che si distinguono da quelli civili, dotati di vigilanza Rai e di prefazione di Conte. Il libro, del resto, è anche una denuncia. “Sembra che i politici mirino a confondere i cittadini più che a convincerli”, scrive Floridia, “a essere virali sui social più che profondi nei ragionamenti” . Una diagnosi feroce, che la senatrice ha evidentemente maturato nei lunghi mesi in cui la commissione che presiede non si riuniva. Sette mesi di silenzio istituzionale, durante il quali Floridia ha trovato il tempo, la concentrazione e la profondità necessarie per scrivere “C’era una volta la Rai”. Cosa di cui le saremo sempre grati. Giachetti, che di tempo ne aveva meno – dodici giorni di sciopero della fame – è riuscito solo a far sì che la commissione venisse convocata. Ieri.
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