Il Foglio
Gli industriali, a lei! Meloni e Nuvola (all’Eur). Manca Schlein, manca Conte, l’unico leader del campo largo è Nicola Fratoianni che dice: “Vengo qui per imparare”. Poi dicono che si perde a Venezia … L’assemblea di Confindustria è atomica e il grido è uno solo: “Vogliamo il nucleare. Basta burocrazia Ue”. Antonio Gozzi, presidente di Duferco e Federacciai sentenzia: “ La sinistra a Venezia? Non ha capito un tubo. Venturini conosceva i tombini, uno per uno. La sinistra non conosce il popolo ”. Antonio D’Amato, ex presidente, sorride e dice: “L’epoca Meloni non è finita. Per fortuna”. Gianni Letta si imbuca in ascensore con la premier, su suggerimento dello staff: “Presidente, c’è il dottor Letta”. Marco Tronchetti Provera chiede al solito G. Letta, il Lettapardo, che ha trovato il braccio di Fidel Confalonieri: “Ma Malagò ce la fa a diventare presidente della Figc?” e Letta: “Ce la fa sicuro”. Avanti, doppiopetto! Ma il Pil che male ha fatto a Schlein, al Pd? Parte dal Nazareno, di primo mattino, la delegazione industriale dem e sono i tre camalli: Orlando-Misiani- Pandolfo. Pensate alla grande Nuvola di Fuksas, architetto progressista, dove si tiene l’assemblea, come un plotone di industriali che pagano stipendi e che vorrebbero sapere dalla segretaria del Pd: “Ma che idee avete qualora andaste al governo?”. D’Amato, appena vede Orlando, quasi si commuove perché esiste un esemplare dem che si occupa di industria e che non li schifa. Dal centro di Roma si aggiungono Ciccio Boccia, placido, insieme a Chiara Braga, i due capigruppo, in rappresentanza del glorioso partito. Da Napoli, sopraggiunge il sindaco Manfredi, da Bologna, il presidente De Pascale, perché va bene essere testardamente unitari, ma non testardamente pochi. Si va dritti su Fratoianni che ipoteca il ministero “io ci provo” e che dice: “E’ la prima volta che partecipo all’assemblea di Confindustria”. Si aggira lo spettro del nuovo sindaco di Venezia, Simone Venturini, il Casini della Laguna, che ha capovolto i sondaggi e che ha restituito adrenalina al governo. Pochi lo sanno ma a Venezia, tra gli altri nomi, per la sinistra, c’era anche quello di Francesco Giavazzi, ma a Giavazzi spiegarono che a Venezia era “già fatta, vinta”. Ma che male ha fatto la modestia? Un tonico Tajani si lancia nella battuta: “Schlein e Conte non ci sono? Forse stanno elaborando il lutto di Venezia” . Lo vede Matteo Colaninno, il presidente di Piaggio, ex deputato del Pd e ovviamente lasciato al suo destino (fattura un miliardo e mezzo), e sono baci e abbracci. Tajani invita: “Caro Matteo, per te le porte sono sempre aperte”. Il Foglio chiede: caro Tajani, le porte sono aperte anche per Pina Picierno? E Tony languido: “Io stimo Picierno. E’ una persona di valore, ma sono consapevole che è stata eletta con il Pse”. Ci sono tutti, il presidente Mattarella (che si mette la mano sul cuore quando Meloni lo ringrazia), c’è il presidente della Consulta, Amoroso, l’intero governo, il presidente Orsini di Confindustria, che è nato per prendere il posto di Adolfo Urso, se solo a Urso si trovasse un posto, nel mondo. Manca Marina Berlusconi che resta a Milano. Salvini non si vede, ma è presente Antonio Marano, il presidente facente funzioni Rai, leghista, che saluta G.Letta e Confalonieri così: “Voi siete i miei presidenti”. Andiamo bene. Letta che voleva, e vuole, ancora Simona Agnes come presidente Rai, lo punge: “Ecco il presidente designato” e Marano anticipa: “Ormai si fa la nuova legge Rai e si va a chiusura”. Tutti a casa! Arrivano i corazzieri. Giorgetti che avrebbe mandato anche lui una lettera alla Ue (ce lo rivela Meloni) affinché i risparmi europei non vadano in paesi extra Ue, annuisce sempre con la testa. In terza fila abbiamo il general Donzelli, in quinta fila seduti come i fidanzatini di Peynet, Giuseppina Di Foggia e Claudio Descalzi, il Siddharta dell’Eni. Meloni è in abito confetto e al suo passaggio la platea si alza, in piedi, seduti. Il presidente Orsini si scatena: “La burocrazia europea è lunare”; “chiediamo la sospensione degli Ets, il debito comune”, “Bruxelles non sa cosa significa competitività”; “abbiamo apprezzato l’accelerazione sul nucleare”; “il tempo di oggi è il tempo del coraggio”. Ma è anche il tempo della Cina. Sei giovani ugole stanno impettite sul palco pronte a cantare l’inno di Mameli e almeno tre sono della seconda generazione orientale. Orsini propone di mettere 20 miliardi sulla scuola, Meloni rilancia e propone di suonarle a Bruxelles, ai “sacerdoti dell’elettrico”. Scrosciano applausi. Contro gli Ets? Applausi. Estensione della Zes. Applausi. Promessa di Meloni: “Dobbiamo disboscare la giunga normativa. Viviamo le policrisi”. Manca poco e la prendono sulle spalle e le fanno saltare come avesse vinto la Champions von der Leyen, la coppa di legno contro la Ue. Un industriale, al nostro fianco, guarda la foto della nuova Ferrari elettrica (che Elkann ha fatto benedire dal Papa, e ne serve di acqua santa) e concorda con Calenda che è una fetenzia. Meloni continua a dire che lei non ha cambiato idea sulle risorse per la Difesa perché “se non ti sai difendere lo pagherai in termini di sovranità. Le spese per la difesa sono spese per la libertà, ma se non aiutiamo imprese e famiglie, rischiamo che domani non ci sia più nulla da difendere”. Si finisce con il latino, con Virgilio, l’Eneide, perché canta Meloni: “Sic itur ad astra”, così si sale alle stelle. “Vi chiedo di non avere paura siate coraggiosi e io farò lo stesso”. La ferma un’imprenditrice e Meloni: “Organizziamo, certo. Prendi appuntamento con Patrizia (Scurti), la padrona del mio tempo”. Renato Brunetta lesto, lesto la insegue ma Meloni corre spedita (l’ex portavoce di Urso, Giuseppe Stamegna, detto Stoicamegna, lavora adesso con Brunetta. Che gli dei lo proteggano sempre). Dice Luigi Marattin, l’Ugo La Malfa dei nostri tempi: “L’Italia? Un paese dove la sinistra si spartiva già i ministeri e la destra era convinta che dopo il referendum fosse tutto perduto. Sobrietà, vi prego”. Marattin, ad astra.
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