Il Foglio
Per quasi vent’anni, nella letteratura sull’Adhd (Disturbo da Deficit di Attenzione/Iperattività) è rimasta in circolazione un’idea molto persuasiva: il cervello dei bambini con deficit di attenzione e iperattività maturerebbe con ritardo. Era una spiegazione apparentemente perfetta perché sembrava dare una figura anatomica a una serie di osservazioni cliniche che chiunque abbia avuto a che fare con questi bambini conosce bene: l’attenzione che si interrompe, l’azione che parte prima di essere regolata, la fatica nel mantenere un compito dentro una sequenza stabile. Nel 2007, su Proceedings of the National Academy of Sciences, Philip Shaw e colleghi avevano seguito con risonanza magnetica 223 bambini con Adhd e 223 controlli, misurando lo spessore della corteccia cerebrale in circa quarantamila punti. Poiché durante lo sviluppo la corteccia cambia spessore, raggiunge un massimo e poi si assottiglia mentre i circuiti nervosi vengono rimodellati, l’età del picco di spessore era stata usata come indice di maturazione. Nei bambini con Adhd quel picco risultava più tardivo: 10,5 anni come età mediana, rispetto a 7,5 anni nei controlli, con una differenza particolarmente evidente nelle regioni prefrontali, cioè in aree coinvolte nel controllo dell’attenzione e del comportamento. La misura aderiva alla clinica, e questa aderenza contribuì alla sua fortuna . Un nuovo lavoro pubblicato il 18 maggio 2026 da Shannon D. O’Connor e colleghi, ancora su Pnas , ha tentato di replicare quel risultato famoso, usando lo studio Abcd, una grande coorte statunitense sullo sviluppo cerebrale in età giovanile. Gli autori hanno analizzato 26.496 risonanze magnetiche ottenute da 11.025 partecipanti e hanno messo in relazione i problemi di attenzione riferiti dai genitori, attraverso la Child Behavior Checklist, con la variazione dello spessore corticale nel tempo. Nelle analisi iniziali, condotte mettendo insieme maschi e femmine, il segnale originario riappare: maggiori problemi di attenzione risultano associati a un assottigliamento corticale più lento. Quando però nel modello viene inserita l’interazione tra età e sesso biologico, l’associazione perde significatività . Le analisi stratificate per sesso arrivano allo stesso risultato; anche il punteggio di rischio poligenico per Adhd, usato per stimare la predisposizione genetica, risulta privo di associazione con un rallentamento dell’assottigliamento corticale. In sostanza, si è dimostrato che se tra i soggetti con più problemi di attenzione cresce la quota maschile, e se il modello statistico descrive male il modo in cui sesso ed età interagiscono nella maturazione cerebrale, una differenza media tra maschi e femmine può presentarsi come una differenza legata all’Adhd. Il segnale esiste, ma è correlato a una variabile confondente, non a quella clinica di interesse. In sostanza, analizzando oltre ventiseimila scansioni, il collegamento tra Adhd e sviluppo cerebrale più lento scompare quando si tiene conto delle differenze di sesso nello sviluppo del cervello . Intendiamoci bene: l’Adhd resta un disturbo del neurosviluppo con una componente genetica importante, manifestazioni cliniche riconoscibili e conseguenze funzionali reali. Viene tuttavia ridimensionata una specifica spiegazione derivata dal neuroimaging, cioè l’idea che il rallentamento dell’assottigliamento corticale rappresenti una firma biologica robusta dei problemi di attenzione. E’ stato invalidato un biomarcatore, non l’esistenza della patologia e la sua componente genetica . In realtà, tuttavia, il risultato ottenuto porta ancora una volta all’attenzione una questione più importante che non la “semplice” Adhd. Il punto riguarda direttamente la medicina di genere. Nel lavoro di Pnas la variabile decisiva è il sesso biologico, perché la differenza riguarda traiettorie di maturazione corticale nei maschi e nelle femmine . Troppo spesso non si presta attenzione quando bisogna stabilire se sesso, età, traiettoria biologica e diagnosi possano combinarsi in modo da alterare l’associazione cercata – anzi si pensa che se questa differenza esiste e riguarda il sesso, il risultato ottenuto è “più debole”, e spesso si cerca il modo di non condurre analisi separate – anche perché l’intero corpus di ricerca, a partire dalla preclinica, ha un forte bias verso modelli maschili. La rianalisi dell’Adhd mostra l’effetto pratico di questa inerzia: con un modello iniziale, che non tiene conto delle differenze di sesso, un biomarcatore compare; con un modello più aderente alla maturazione cerebrale di maschi e femmine, il supposto biomarcatore appare per quello che è – una variabile correlata ad una differenza naturale di sviluppo, non alla malattia. Le istituzioni scientifiche hanno già riconosciuto formalmente questo problema. Negli Stati Uniti, il National Institutes of Health richiede che il sesso come variabile biologica venga considerato nel disegno, nell’analisi e nella comunicazione dei risultati negli studi su animali vertebrati e su esseri umani. Una valutazione pubblicata nel 2026 su Communications Medicine mostra però quanto resti incompleta l’applicazione di questa regola: su 574 pubblicazioni collegate a grant NIH tra il 2017 e il 2024, il 61 per cento includeva entrambi i sessi, mentre il 44 per cento conduceva analisi basate sul sesso. Lo scarto tra inclusione e analisi misura bene il problema emerso anche nel lavoro sull’Adhd, perché il punto critico sta nel modo in cui la variabile viene interrogata, non nella sua semplice presenza nel campione. Anche l’Italia ha una cornice normativa, con la legge 3 del 2018 e con il Piano per l’applicazione e la diffusione della medicina di genere, approvato nel 2019, che indica quattro aree di intervento: percorsi clinici di prevenzione, diagnosi, cura e riabilitazione; ricerca e innovazione; formazione; comunicazione. Nel passaggio dalla norma alla pratica, però, la qualità dell’approccio si decide nel modo in cui vengono costruiti gli studi . Il vecchio biomarcatore dell’Adhd aveva una forza particolare perché univa una misura visibile a una storia clinica intuitiva. Il bambino che fatica a regolare attenzione e comportamento sembrava avere un cervello che raggiungeva più tardi una tappa di maturazione. La rianalisi mostra che dentro quella misura era entrata una differenza media tra maschi e femmine . Ecco cosa si rischia, quando si trascura l’effetto della differenza – in particolare quasi cancellando la metà femminile del mondo.
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