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Trama e soggetto del Tesoro di Zapatero, un western garantista
Il Foglio

Trama e soggetto del Tesoro di Zapatero, un western garantista

Leggo con trasporto l’avventurosa storia del “ tesoro di Zapatero ”: rubini, smeraldi, diamanti, orologi da collezione (ma non Rolex, solo Omega e Longines). E poi tangenti, contratti farlocchi, riciclaggio di denaro, compagnie aeree, network cinesi, società a Dubai (ci vuole sempre) e una via di fuga già pronta in Venezuela. Un corridoio umanitario via mare per riparare a Caracas, magari scortato dai flotilleros. Che grande film sarebbe! E già con un titolo perfetto – Il tesoro di Zapatero – bellissimo, da vecchio western all’italiana. Naturalmente un western garantista, ci mancherebbe. Qui è l’epica che interessa. Sarebbe il sequel naturale e più movimentato di Viva Zapatero! vecchio documentario de’ denuncia di Sabina Guzzanti, opera d’antiberlusconismo militante, all’epoca trionfante a Venezia – dodici minuti d’applausi (alcuni dicono quindici) – premiata poi anche al Sundance. “Il nostro Fahrenheit 9/11!” si disse subito. Certo, all’epoca tutta la sinistra era zapaterista. Un idolo. “Un modello di crescita economica esemplare”, diceva Gavino Angius, mentre “Bambi”, come lo chiamavano gli avversari, fluttuava in realtà sulla gran bolla immobiliar-finanziaria. Zapatero era il Babbo Natale del “socialismo ciudadano” che regalava pacchetti di legge a raffica, usciti dalla lista dei desideri dell’elettore di sinistra italiano assai depresso: ritiro dall’Iraq, dialogo col mondo musulmano, tanti ministri donna e giovani, lo smacco delle nozze gay nel paese dell’Inquisizione. Veltroni andava in Spagna a studiare da Zapatero. “Se puede hacer”, si leggeva sul sito del Pd. “Siempre se puede escapar”, sarebbe invece la tagline per lanciare questo sequel, con un Elio Germano straordinario nei panni del vecchio leader del Psoe (“un ruolo che ricorda l’ultimo Volonté, quello latino-americano di Banderas”, direbbe la critica). La trama: solo, ormai invecchiato, tradito da Sánchez, dai vecchi compagni di partito, forse innocente, forse no, Zapatero tenta la fuga in Venezuela, nascosto nella stiva di una nave mercantile. Varie peripezie. Assalti dei pirati. L’Interpol che gli dà la caccia. Trova infine riparo in un ranch nella Guajira, al confine con la Colombia. Qui si ricostruisce una vita, si fa chiamare Pedro Gallegos. Le sue tracce si perdono. Ma uno sceriffo del Parco nazionale dell’Auyantepui, ex guerrigliero, appassionato di free-climbing, che ha la faccia e i baffi impassibili di Erri De Luca (piccolo ma significativo cameo), sospetta qualcosa. Quel Pedro Gallegos lì nasconde qualcosa. Finale aperto, per un Ritorno di Zapatero da fare più avanti, a completamento della saga. Un trittico insomma. Ci vorrebbe però un gran regista di genere. Niente favole rohrwacheriane, niente sorrentinismi. Sollima, per esempio, sarebbe perfetto. Forse Il tesoro di Zapatero non vincerebbe neanche un David, ma farebbe impazzire Quentin Tarantino, “Italian cinema is back on top!”.

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