Il Foglio
E’ morto, all’età di 91 anni, Giuseppe Gargani , politico democristiano di lungo corso, che già nel 1959 era stato vicepresidente dell’organizzazione giovanile Dc e negli ultimi tre anni aveva assunto la presidenza dell’associazione degli ex parlamentari, carica nella quale era stato confermato per un secondo mandato l’anno scorso. Aveva alle spalle un’esperienza nella sinistra di base della Dc, tanto presente nell’avellinese da dove proveniva, lunga presenza nel Parlamento italiano, dove è stato eletto per sei legislature consecutive dal 1972 al 1994, quattro anni al governo come sottosegretario alla Giustizia, poi vari mandati al Parlamento europeo nelle file del Partito popolare europeo come rappresentante di Forza Italia, dove ricoprì la carica di presidente della commissione giuridica. Infine un approdo all’Unione di Centro. Le testimonianze di cordoglio sono arrivate da tutto l’arco politico, a testimonianza della stima e della considerazione che si era guadagnato col suo lavoro, sempre orientato a sostenere la centralità del Parlamento, contro tutte le intromissioni che considerava ingiustificate, comprese quelle della magistratura associata . Anche per questo aveva sostenuto la riforma della giustizia poi seppellita dall’esito del referendum. La sua preoccupazione costante, espressa fino gli ultimi giorni, è stata l’indebolimento della rappresentanza parlamentare e i rischi che questo comporta per la democrazia. In una recente intervista aveva detto: “Siamo stati parlamentari quando c’era un rapporto organico tra cittadini e istituzioni. In questi tre anni abbiamo fatto iniziative volte a creare un rapporto forte con il Parlamento, per trasmettere ai membri con meno mordente e senza capacità di rappresentanza lo spirito originario. Ciò è stato causato anche dai sistemi elettorali che non valorizzano il singolo e aumentano la disaffezione dell’elettore: una partitocrazia personalistica che affoga il dibattito. Il taglio dei parlamentari ha lasciato molte realtà territoriali senza rappresentanza adeguata. Vogliamo che il Parlamento torni a essere il riferimento istituzionale dei cittadini. La nostra attività, anche attraverso convegni, punta sul ruolo dell’assemblea legislativa e sulla necessità che i partiti siano democratici. Non c’è più fervore nei partiti perché il leader dispone come vuole di simbolo e struttura”. Non gli mancava lo spirito critico, lo stesso che anima le pagine del libro “Le mani sulla storia. Come i magistrati hanno provato a (ri)fare l’Italia”, in cui ha sostenuto che il problema della giustizia è il problema della democrazia, e che il ruolo del magistrato “fuori dalle righe” porta a una prevalenza del giudiziario sulla politica legislativa. Pur esprimendo sempre opinioni nette, Gargani era aperto al dialogo con tutti, cercava sempre di comprendere le ragioni degli interlocutori, non si fermava alle sigle o agli slogan. Aveva un’idea della politica molto profonda, legata all’espressione e anche all’educazione della volontà popolare, senza cedimenti al populismo e con un’avversione radicale all’antipolitica, una lezione che resta attuale più che mai.
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