Il Foglio
Al direttore - Dopo le parole su Israele in cui si definisce fieramente sionista, pubblicate qui sul Foglio , ci si chiede se Erri De Luca manterrà o perderà il suo prestigioso status di poeta da matrimonio. Da Bolzano a Canicattì infatti la sua poesia “Due” è diventata da anni la hit nuziale che viene letta agli sposi nei riti civili. E’ avvenuto anche alle nozze del nostro Minuz, di cui mi fregio di essere testimone. Ma adesso che succederà? Lo sconcerto e lo sdegno di molti lettori e le prese di posizione di intellettuali “di area” contro lo scrittore napoletano avranno la meglio anche sul suo status nuzial-popolare? Status pregiatissimo, un po’ come quello di “tema della maturità”, ma se diventare traccia del componimento liceale capita una tantum, la poesia da matrimoni è per sempre (o quasi: un tempo, era tutto Neruda e Khalil Gibran, vabbè). Michele Masneri “La parola ‘sionismo’ indica il diritto di Israele a esistere come Stato. Chi sostiene la necessità di due stati, Israele e Palestina, è naturalmente sionista, poiché considera Israele uno dei due stati. Chi, invece, sostiene la cancellazione di Israele non è per la soluzione a due stati e coincide con Hamas” (Erri De Luca, 9 febbraio 2026). Al direttore - Intervenendo all’assemblea annuale della Confindustria Giorgia Meloni ha definito l’Ue “un gigante burocratico”. Eppure la sua struttura amministrativa ha meno dipendenti del comune di Roma. E l’Italia ha un bilancio pari a quasi il 50 per cento del pil; si tratta di circa 900 miliardi, di cui 201 rappresentano il costo della Pubblica amministrazione. Giuliano Cazzola Vale sempre la stessa regola: prima di chiedersi cosa dovrebbe fare l’Europa per noi, varrebbe la pena chiedersi cosa potrebbe fare l’Italia per se stessa. Al direttore - Ho letto con estremo interesse e divertimento il dialogo fra Musk, Altman, Trump e Sanders sull’enciclica; sicuramente anche grazie all’approfondimento fatto nelle ultime settimane, sulle varie politiche, dialogando con Claude. E poi mi sono soffermata su una delle frasi messe in bocca a Musk che torna sul suo punto: “La parola che non mi convince è ‘inevitabile’. Molte cose che oggi sembrano inevitabili sono il risultato di persone che hanno osato. L’AI non era inevitabile. Qualcuno ha rischiato. Il Papa teme la potenza, ma senza potenza non si costruisce nulla”. Quell’“inevitabile” suona strano: se una cosa fosse inevitabile sarebbe irrilevante che qualcuno osasse o no, accadrebbe comunque. AI voleva forse riprodurre lo stile retorico di Musk? Oppure ha semplicemente tradotto (dall’inglese?) una parola non adeguata al significato? Vedrei meglio: “Molte cose che oggi diamo per scontate”. E, immediatamente, un altro pensiero: perché AI scrive un dialogo fra persone reali senza la loro approvazione? In che modo può essere percepito da chi, come me, non conosce in dettaglio le varie correnti di pensiero fra le aziende che detengono il potere su AI? Danila Franco Cara Danila, molto più semplice. Inevitabile è utilizzato in quel senso. E’ un’interpretazione del Musk pensiero. Per capire come è nato il testo, posso agevolare il prompt fatto alla nostra AI. Eccolo. “Esperimento. Leggi l’enciclica, che trovi in calce a questo prompt, e immagina un dialogo, su questi temi tra Sam Altman, Elon Musk, Donald Trump, Peter Thiel, Bernie Sanders. Cerca di capire, soprattutto, quali elementi potrebbero creare diffidenza, se ci sono, e quali invece no. Costruiscila in 10 mila caratteri, immaginando un forum tra questi personaggi. Un dialogo tra loro, spiegando all’inizio che è fittizio. Divertiti”. Risultato niente male, no?
Go to News Site