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Ogni estate un rogo, ogni estate un divieto che non serve a molto | Collector
Ogni estate un rogo, ogni estate un divieto che non serve a molto
Il Foglio

Ogni estate un rogo, ogni estate un divieto che non serve a molto

C’è un momento preciso in cui un sindaco smette di governare il verde e comincia a legiferarlo. E’ il momento in cui firma un’ordinanza. Roberto Gualtieri ci è arrivato anche quest’anno – ordinanza n. 74 del 26 maggio 2026 – e ha fatto quello che si fa quando i problemi resistono alla soluzione: li ha vietati. Il provvedimento, in vigore dal primo giugno al 30 ottobre, vieta di bruciare sterpaglie nei pressi dei boschi, impone ai proprietari di terreni fasce perimetrali sgombre da vegetazione, proibisce le lanterne volanti, limita i fuochi d’artificio, vieta i veicoli a motore su strade non asfaltate in aree boscose. E’ un documento serio, redatto con cura, e vale esattamente quanto tutte le ordinanze simili che lo hanno preceduto. Il problema non è l’ordinanza. Il problema è quello che c’era prima, e che ci sarà dopo. Nel 2024 Roma aveva registrato 760 roghi, quasi il doppio dell’anno precedente. E la situazione non è cambiata nel 2025. Non è solo fatalità climatica. E’ anche il prodotto di decenni di manutenzione del verde ridotta ai minimi termini, di sottobosco accumulato come un debito, di sterpaglie che ogni estate aspettano pazientemente l’occasione di andare a fuoco. Qualcuno ricorderà l’estate del 2017. La pineta di Castel Fusano andò in fiamme: oltre 250 ettari distrutti. Virginia Raggi fu fotografata con lo sfondo in fiamme, mentre osservava il fumante disastro lievemente abbagliata da una luce rosso inferno. I commenti sui social e sui quotidiani, persino al Tg1 che dedicò un lungo servizio all’incendio, furono impietosi: c’era chi la paragonava a Rossella O’Hara mentre Atlanta bruciava, e chi evocava senza troppa fantasia il solito Nerone. La narrazione del “signori, il vento sta cambiando” si inceppò, per così dire, su quell’immagine. Il 31 luglio 2024 un incendio ha devastato Monte Mario. Le fiamme, partite probabilmente da un accampamento abusivo, percorsero oltre 130 metri di dislivello fino al belvedere di Parco Mellini. La nube di fumo nero rese irrespirabile l’aria da piazzale Clodio fino alla Balduina. L’evacuazione del centro Rai di via Teulada costrinse all’interruzione di “Estate in diretta” su Rai 1: era la prima volta nella storia che un incendio urbano interrompeva le trasmissioni della televisione pubblica. Venne mandato in onda, di tutta fretta, una puntata di “Techetecheté”. Gualtieri sorvolò la zona in elicottero, indicò i resti dell’accampamento come probabile origine del rogo, e la cosa finì lì. Nessuna Rossella O’Hara. Nessun Nerone. Gualtieri è fortunato con i quotidiani romani, diciamo. Un po’ meno lo erano Raggi e Gianni Alemanno. A giugno del 2025 Monte Mario tornò in fiamme per la seconda estate consecutiva. Stesso copione, stessa collina. Ed è in questo contesto che arriva, adesso, l’ordinanza 2026. Le norme si accumulano, ciascuna più severa dell’altra, ciascuna più inefficace. Un’amministrazione che non riesce a fare rispettare le regole le moltiplica: è il più antico e celebre modo di fingere che esistano e che funzionino. Il contenuto dell’ordinanza di Gualtieri è ragionevole. Ma Roma è una città dove il verde pubblico cresce indisturbato lungo i bordi delle strade finché non brucia, dove i parchi vengono abbandonati tra un’emergenza e l’altra. Il Campidoglio ha appena stanziato 20 milioni extra per sfalcio e diserbo ammettendo implicitamente che non si fa abbastanza. Un’ordinanza che vieta ai privati ciò che il comune non riesce a fare sufficientemente ai propri terreni ha qualcosa di paradossale. Una norma che prescrive controlli in una città dove i controlli mancano quasi strutturalmente ha qualcosa di malinconico. Gualtieri governa Roma dal 2021. In questo quinquennio gli incendi non sono diminuiti: sono aumentati. L’ordinanza che firma ogni anno è la risposta simbolica a un problema reale che le ordinanze non risolvono. E’ la grida che si accumula sulle grida precedenti. Qualcuno, alla fine, griderà: aiuto!

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