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Il nucleare civile costa molto, ma molto meno del Superbonus
Il Foglio

Il nucleare civile costa molto, ma molto meno del Superbonus

Di tutte le razze strane di opinionisti, con competenze che vanno dalla geologia alla terza media doppio malto, che emergono puntualmente quando si riaccende il dibattito sul nucleare in Italia , ce n’è una i cui argomenti risultano curiosi: i liberisti part-time. Si tratta di quei soggetti che spendono una buona parte del loro tempo a spiegare che qualunque problema esistente si può risolvere con maggiore spesa pubblica, da finanziare con patrimoniali o a debito, tranne quando si parla di nucleare (o difesa): in quel caso, diventano agguerriti seguaci di Milei e citano i costi insostenibili come ostacolo insormontabile. La postura diventa poi dadaista quando gli stessi soggetti sono anche agguerriti difensori del Superbonus, il peggiore crimine contro la finanza pubblica della storia , il quale non solo è costato allo Stato 229 miliardi di euro (stime più recenti che includono anche gli altri bonus edilizi), ma si è anche rivelato uno dei provvedimenti più inefficienti mai varati in ottica di decarbonizzazione. Il confronto col nucleare è impietoso anche sotto le ipotesi più conservative che si possano immaginare. Prendiamo per esempio i due reattori citati come esempio negativo da parte degli scettici, ovvero l’EPR di Olkiluoto 3 e quello di Flamanville 3, costruiti rispettivamente in Finlandia e in Francia all’esorbitante costo di 11 e 13 miliardi di euro: se ne potrebbero costruire 16-18 risparmiando ancora qualche miliardo rispetto ai bonus edilizi. Poiché un EPR ha una taglia di 1,6 GW e produce quindi circa 13 TWh all’anno, con 16 reattori di questo tipo si genererebbero all’incirca 200 TWh, sufficienti a sostituire interamente l’attuale produzione elettrica da combustibili fossili, a rimpiazzare l’elettricità importata e anche a coprire parte dell’aumento di domanda previsto dall’elettrificazione progressiva di riscaldamenti, industrie e autoveicoli . Persino supponendo di pagare i reattori il doppio, ovvero quello che pagheranno gli inglesi per la centrale di Hinkley Point C (42 miliardi di sterline per due reattori, un progetto folle, dove il regolatore ha aumentato i requisiti di acciaio e cemento del 30 per cento e del 20 per cento rispettivamente, e il tutto è stato finanziato a tassi altissimi), la spesa sarebbe di 225 miliardi per 9 reattori EPR versione UK, in grado di produrre 117 TWh/anno e quindi di ridurre di oltre il 90 per cento l’utilizzo di gas nella produzione di elettricità. In entrambi i casi, la riduzione di emissioni ammonterebbe a 60-70 milioni di tonnellate di CO2 equivalenti, ovvero il 100 per cento delle emissioni del settore elettrico, pari a circa il 20 per cento di tutte le emissioni italiane (nel primo caso la riduzione sarebbe potenzialmente maggiore, a seconda dell’elettrificazione). I 229 miliardi dei bonus edilizi hanno prodotto un risparmio sistemico (probabilmente sovrastimato) in termini di emissioni pari a 6,5 Mt/anno, ovvero un decimo. In questi calcoli, giova ricordarlo, stiamo facendo concessioni molto generose alla setta degli antinucleare: stiamo supponendo che Olkiluoto, Flamanville e Hinkley Point C non abbiano insegnato nulla (in realtà il secondo reattore di Hinkley Point C sta venendo già costruito a un ritmo del 30 per cento superiore al primo) e che costruendo da 9 a 16 reattori nessun processo venga ottimizzato, portando ad accorciare i tempi e a risparmiare; stiamo supponendo di finanziare il tutto interamente con soldi pubblici (mentre la centrale di prossima costruzione di Sizewell C dimostra che non va per forza così, con il 55 per cento del costo che sarà coperto da capitali privati); soprattutto stiamo supponendo di erogare i finanziamenti a fondo perduto o, tuttalpiù, con un ritorno estremamente marginale, come quello dei bonus edilizi. In realtà, il Fmi, che stima per i bonus edilizi un moltiplicatore di appena 0,25-0,3, ha pubblicato uno studio a fine 2024 stimando per gli investimenti green moltiplicatori più elevati: per il nucleare, soprattutto, il moltiplicatore indiretto viene valutato addirittura a 4.11. Ovvero, per ogni euro investito nel nucleare si attirano fino a 4 euro di investimenti aggiuntivi. E infatti la Francia, nel solo 2025, ha ricevuto investimenti esteri per oltre 150 miliardi di euro, due terzi dei quali indirizzati allo sviluppo di data-center. Considerato che il costo attualizzato dell’intero programma nucleare francese è inferiore a 180 miliardi diluiti in oltre 50 anni, non sembra così male.

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