Il Foglio
Qualche giorno fa Bob Dylan ha compiuto un numero infinito di anni, e quasi nessuno nel gran circo mediatico si è sottratto alla spompata rievocazione delle critiche al Menestrello che smise di fare canzoni di protesta (sessant’anni fa), persino nella versione accusatoria veterofemminista per cui lo fece pur di togliersi dai piedi Joan Baez. Che non sia mai stato un artista politico è verità ancora indigesta per molti. Francesco De Gregori all’anagrafe è un fratello minore, ma da anni non sente più “ribollire l’ispirazione”. Eppure nessuno dei giornalisti presenti al Teatro Out Off di Milano si è scansato dal chiedergli di Springsteen sceso in guerra musicale contro Trump. E lui: “Trovo imbarazzante quando un uomo di spettacolo vuole schierarsi in maniera così netta e apodittica su questioni internazionali. Il proclama buttato giù da un palco mi lascia abbastanza indifferente”. La stampa tutta è rimasta un poco imbarazzata: ma come? Paragonare Dylan a Bruce Springsteen quanto a personalità e psicologia, lasciamo a parte la musica, è già abbastanza imbarazzante: il Boss ha sempre intrecciato le sue canzoni con la realtà sociale, più che politica, e ha sempre imbracciato la sua Telecaster come un mitra contro le ingiustizie. Ma nell’anno di Springsteen on Broadway ogni sera recitava il Padre nostro. Dylan no, per quanto molto biblico, non è mai stato di quel genere. E meno male che nessuno si è ricordato per il compleanno di rinfacciargli un’altra volta Neighborhood Bully, la canzone che oggi lo inchioderebbe all’insulto “sionista” come un Erri De Luca. Nemmeno il suo antico amico Neil Young è simile a lui, The Loner è sempre rimasto pervicacemente e felicemente l’hippy pacifista che scrisse Ohio in tre ore e adesso sta registrando un album contro Trump e gira l’America cantando la sua Big Crime. Ma Dylan? E se non lo fa Bob Dylan, perché di politica e impegno e proclami dovrebbe occuparsi il cantautore meno pubblico, e più raffinato d’Italia? Alla conferenza stampa di due giorni fa ha detto la sua: “Gli artisti che vogliono sensibilizzare il pubblico, perché? Non è abbastanza sensibile per conto suo?”. E ancora, chiamando a testimone appunto il Premio Nobel: “Bob Dylan non mi sembra faccia grandi proclami, ma saranno cazzi di Bob Dylan. Io non mi sento superiore a nessuno per dire che posizione prendere su Gaza o sull’Iran. Ho le idee confuse e mi sembra onesto avere le idee confuse”. L’America, fortunato paese dove il folk è un’anima (pur senza studio) e il grande rock guida ancora la battaglia, si merita il Boss e anche la ritrosia ironica di Dylan. L’Italia, dove qualsiasi stupidaggine da David di Donatello serve a coprire la pochezza di impegno artistico e persino seriamente politico, si merita la tranquilla ritrosia del suo magnifico Principe.
Go to News Site