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L’Ue prepara nuovi strumenti contro le dipendenze strategiche da Pechino. La Germania frena | Collector
L’Ue prepara nuovi strumenti contro le dipendenze strategiche da Pechino. La Germania frena
Il Foglio

L’Ue prepara nuovi strumenti contro le dipendenze strategiche da Pechino. La Germania frena

Bruxelles. Nelle prossime tre settimane i leader dell’Unione europea saranno chiamati a decidere quanto serio è il loro impegno di affrontare la minaccia economica rappresentata dalla Cina , nel momento in cui Pechino inonda i mercati europei con la sua sovracapacità produttiva e utilizza le dipendenze in settori critici per imporre le proprie pratiche commerciali. Domani la Commissione di Ursula von der Leyen terrà un dibattito di orientamento sulla politica nei confronti della Cina. Il tema sarà affrontato anche dai capi di stato e di governo nel Consiglio europeo del 18 di giugno. Un gruppo di cinque paesi – Francia, Italia, Spagna, Paesi Bassi e Lituania – ha chiesto alla Commissione di adottare un approccio più assertivo nella politica di difesa commerciale per affrontare “il crescente squilibrio” che mette a rischio la base industriale dell’Ue. Von der Leyen vuole approfondire la strategia del “de-risking” (riduzione del rischio) avviata nel 2023. La Commissione sta preparando nuove iniziative legislative. Ma i nuovi strumenti di difesa commerciale servono a poco se in alcuni stati membri manca la volontà di utilizzarli per proteggere le proprie imprese dal rischio di ritorsioni. La mancata firma della Germania nel documento dei cinque paesi mostra la sua riluttanza a usare i muscoli della difesa commerciale con Pechino. Nel loro documento Francia, Italia, Spagna, Paesi Bassi e Lituania chiedono alla Commissione di essere più assertiva con la Cina a diversi livelli. Nell’immediato servono più inchieste anti-dumping e anti-sussidi. Nel medio periodo è necessario apportare alcuni aggiustamenti chirurgici agli strumenti di difesa commerciali esistenti, come lo strumento anti-elusione che consente alla Commissione di estendere i dazi anti-dumping o anti-sussidi ai prodotti assemblati o transitati attraverso paesi terzi. Nel lungo periodo si chiedono riforme per migliorare la scatola degli attrezzi della difesa commerciale, come la creazione di un nuovo strumento di resilienza da attivare quando le fonti di approvvigionamento sono concentrate in un unico paese oltre una certa soglia. I cinque paesi insistono anche sulla necessità di utilizzare più spesso le eccezioni previste per la sicurezza nazionale per imporre dazi o quote e proteggere i produttori europei. La Commissione non ha atteso il documento per iniziare a lavorare. Nelle prossime settimane potrebbe presentare un nuovo strumento contro la sovracapacità e un regolamento per imporre alle imprese europee almeno tre fornitori nelle loro catene di approvvigionamento evitando la totale dipendenza dalla Cina. Il ministero cinese del Commercio ha già minacciato rappresaglie. Come accaduto nella risposta alla guerra dei dazi di Donald Trump, la Germania è considerata il paese decisivo per determinare quale sarà la politica dell’Ue di fronte alle pratiche commerciali della Cina. Appena arrivato alla cancelleria Friedrich Merz aveva sostenuto la necessità di rompere le dipendenze. Ma due conflitti commerciali, che hanno messo a rischio le industrie tedesche nel 2025, sembrano avergli fatto cambiare idea: le restrizioni cinesi sulle esportazioni di terre rare nell’ambito dello scontro sui dazi con Trump e l’interruzione delle forniture dei chip Nexperia a seguito della nazionalizzazione del produttore di semiconduttori da parte dei Paesi Bassi. In entrambi i casi Berlino ha fatto pressioni sulla Commissione per evitare un rapporto di forza con Pechino. In una visita in Cina a marzo, Merz ha evocato la possibilità di un accordo commerciale. In una visita a Pechino ieri la ministra dell’Economia tedesca, Katherina Reiche, ha sostenuto il dialogo con la Cina. “Migliaia di aziende in Germania dipendono dalla possibilità di esportare nel vasto mercato cinese”, ha detto Reiche, dopo un incontro con il ministro del Commercio Wang Wentao: “A Bruxelles stiamo promuovendo un approccio equilibrato: misure di protezione efficaci, pur mantenendo l’apertura alle esportazioni”. Più di 5 mila imprese tedesche operano attualmente in Cina. “Mentre noi parliamo di de-risking, le aziende tedesche continuano a investire in Cina, perché i costi di produzione sono più bassi e le tecnologie sono più avanzate”, spiega al Foglio un funzionario dell’Ue. Secondo un rapporto della European Chamber, il 37 per cento delle imprese europee presenti in Cina non ha modificato la sua strategia nelle catene di approvvigionamento negli ultimi due anni. Il 32 per cento le ha ulteriormente concentrate nel paese. Solo il 7 per cento ha detto di aver cercato catene di approvvigionamento fuori dalla Cina.

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