IL TEMPO
L'oscuro filo che da sempre intreccia la criminalità organizzata con i gruppi fondamentalisti costituisce una delle fonti principali di sostentamento economico alle industrie del terrorismo. Riciclaggio di denaro, compravendita di armi, traffico di droga, un intero sistema clandestino che permette di aggirare sanzioni e di muoversi nell'ombra mantenendo un basso profilo utile a rifornire le scorte di materiali e quindi a compiere degli attentati. È stato questo il passe-partout che, per esempio, ha consentito a Hezbollah di ovviare alle pressioni di Israele: la rete clandestina a base di stupefacenti allestita in Sud America, ottenuta dai proventi delle fabbricazioni di Hashish e Captagon prodotte nella valle della Beqaa, ha garantito introiti enormi sufficienti abbastanza da permettere di rimanere militarmente in vita. Il “Partito di Dio” è solo un tassello nel grande mosaico dei gruppi che storicamente hanno adottato la stessa strategia. In un evento ad hoc dedicato al tema e organizzato dall'associazione Sette Ottobre di Stefano Parisi presso il teatro Franco Parenti di Milano, Emanuele Ottolenghi del “Center for Research on Terror Financing” ha infatti sottolineato la trasversalità di questo modus operandi che nel tempo è stato adottato anche dall'Ira in Irlanda, le Farc in Colombia, Al-Qaida in Africa: tutte realtà accomunate «dall'uso spregiudicato» di attività illegali fra cui, oltre le più comuni, anche lo spaccio di «organi, schiavi, zanne di elefanti, diamanti da conflitto, reperti archeologici, oro e altri minerali preziosi». Settori che costituiscono inevitabilmente «il punto di contatto con organizzazioni criminali transnazionali che occupano lo stesso spazio». Anche l'Italia è stata crocevia di questi scenari. Dieci anni fa le forze dell'Ordine arrestarono un libanese, residente in Romagna e legato a Hezbollah tramite la famiglia, coinvolto in una compravendita di colombiana tra una «compagine criminosa nel paese andino e una coalizione di ‘Ndrine nella Piana di Gioia Tauro». Le infiltrazioni sono capillari e in questo grande commercio a farla da padrona è la droga. Nel 2015 il guadagno annuale stimato di “polvere bianca” ammontava a 80-100 miliardi di dollari e «negli ultimi due anni è ancora cresciuto, attestandosi a una stima trai 110 e i 130». Da questo business «Hezbollah ricava trai 400 e i 600 milioni». Un valore in aumento che, è ragionevole credere, oggi vale molto di più. Lo confermano sia «le tendenze di crescita della produzione di cocaina» sia l'aumento dei consumatori «documentato nell'ultimo rapporto United Nations Office on Drugs and Crime (UNODC)». Associazioni di stampo mafioso e gruppi terroristici mantengono comunque le rispettive differenze. Le prime sono animate dall'interesse al profitto mentre i secondi dall'elemento politico-ideologico, ma entrambi trovano terreno comune negli spazi abbandonati dallo Stato e nel disprezzo verso l'ordinamento su cui poggiano le società civili. Per gli organi preposti alla sicurezza, la regola del «follow the money» ha finora portato alla realizzazione di «un imponente apparato di legislazione, regolamentazione dei settori finanziari, obblighi di trasparenza per singoli e società» per intercettare «i flussi finanziari del terrorismo». Una strada tortuosa e in salita, che però molte volte ha permesso di sgominare gli intrecci dell'illegalità.
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