Il Foglio
Si può a lungo discutere sui contenuti della l egge elettorale proposta dal governo Meloni , da settimane sul tavolo della prima commissione della Camera. Eppure, fra le sue criticità – che pur ci sono – sarebbe ingannevole includere l’indicazione preventiva dei candidati premier. Si tratta di un elemento di trasparenza nei confronti dell’elettorato, già proposto da anni da parte di entrambi gli schieramenti. Il cosiddetto Stabilicum, insomma, non si è inventato nulla. Anzi: tra i primi a proporre tale elemento c’è stato anche Sergio Mattarella, all’epoca deputato del Partito popolare all’interno dell’Ulivo. La ricostruzione arriva dalle pagine di “Storia di una riforma mai nata – Quarant’anni di vani tentativi per rinnovare le istituzioni” (prefazione di Augusto Barbera, Rubbettino Editore), il libro scritto da Peppino Calderisi, esperto di sistemi elettorali e riforme costituzionali, già deputato radicale e di Forza Italia. Tra le tante occasioni mancate per ammodernare lo Stato, il volume si sofferma, in particolare, su quelle all’inizio della “Seconda Repubblica”: una stagione in cui – è il caso di ribadirlo – fu proprio l’Ulivo a proporre la forma di governo del premier con la tesi n. 1 del suo programma. Nella Bicamerale D’Alema, nel 1997 i maggiori partiti sottoscrissero un documento per modificare il Mattarellum allora in vigore prevedendo un premio di maggioranza e un ballottaggio tra i due principali schieramenti. Non se ne fece nulla, perché la stessa Bicamerale ebbe vita breve. Ma l’anno successivo Mattarella tradusse quel patto della Bicamerale in proposta di legge (A.C. n. 4926 del 27 maggio 1998). Oltre a mettere a punto gli aspetti già menzionati – con un premio fino a un massimo del 55 per cento dei seggi – Mattarella prospettò anche l’introduzione dell’indicazione preventiva dei candidati premier. Si legge infatti nella relazione che accompagna la proposta: “La configurazione della coalizione potrebbe essere ulteriormente rafforzata prevedendo – se si riterrà di decidere in questo senso nel corso del confronto parlamentare – che i partiti e i gruppi politici organizzati debbano depositare, insieme al contrassegno con cui intendono contraddistinguere i candidati nei collegi uninominali, il nominativo della persona che intendono indicare per la carica di Presidente del Consiglio dei ministri”. Il deputato Mattarella, evidentemente, riteneva che tale indicazione non fosse affatto lesiva delle prerogative del Presidente della Repubblica. Una norma necessaria a causa dell’assenza, in Italia, di quelle convenzioni costituzionali vigenti in altri Paesi europei – in base alle quali diventa premier il leader del primo partito della maggioranza di governo, con un chiaro rapporto tra consenso, potere e responsabilità. La proposta Mattarella rimase nei cassetti di Montecitorio, ma questo tema è stato sempre al centro del dibattito sulla legge elettorale. Il centrodestra, nel redigere il Porcellum nel 2005, scrisse che i partiti coalizzati dovessero dichiarare nel programma il nome della persona “da loro indicata come unico capo della coalizione”: una formulazione molto più prudente rispetto alla proposta Mattarella. Anche l’Italicum voluto dal Pd di Renzi prevedeva una norma analoga, ma con l’indicazione del “capo della forza politica”, dato che quella legge non prevedeva le coalizioni. Tale indicazione è rimasta nella legge Rosato, anche se essa prevede nuovamente la formazione di coalizioni, indispensabili per vincere i collegi uninominali. Una contraddizione stridente voluta proprio perché questa legge a dominanza proporzionale ben difficilmente produce un vincitore con un chiara maggioranza se si fronteggiano due schieramenti con consensi equivalenti – il cosiddetto “pareggio” – e dunque rende necessario, dopo il voto, scomporre le coalizioni elettorali per cercare di dare vita ad una maggioranza di governo. Ora lo Stabilicum prevede che i partiti che si coalizzano debbano dichiarare “il nome della persona da indicare come proposta per l’incarico di Presidente del Consiglio”. Naturalmente ciò non vuol dire che Mattarella, da presidente della Repubblica, sia favorevole o contrario a tale norma: il ruolo di oggi non va confuso con l’operato del deputato di ieri. Eppure s’intravede un filo conduttore che perdura nel tempo. E anche per questo, seguendo l’appello dell’autore, sarebbe il caso di far prevalere il bene comune sulle logiche di parte, cercando di concordare la riforma in modo bipartisan.
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