Il Foglio
Nella “ Fotografia del declino ” dell’Italia, la demografia è una delle determinanti della traiettoria di lungo periodo dell’economia. Ci sono due numeri che spiegano più di molte analisi. Il primo è 5 milioni, che si riferisce alla riduzione della popolazione tra i 25 e i 49 anni, comunemente detta fascia “prime age”, il cuore più produttivo del mercato del lavoro. Durante gli anni del boom economico la fascia “prime age” contava 17,5 milioni di persone, poi diventate 19,5 milioni nel 1990, 22 milioni a inizio 2000 e tornare attorno ai 17 milioni nel 2024. In poco più di due decadi, la parte più produttiva del paese è tornata allo stesso livello degli anni ’60. Il dato è ancora più impressionante se si considera che include gli immigrati. Il secondo numero è 400 e si riferisce agli italiani che ogni giorno emigrano. Su base annua sono più di 150 mila persone. Tradotto: due Boeing 737 che decollano dall’Italia. Ogni giorno. Pasqua e Natale inclusi. A partire sono soprattutto giovani laureati, attratti da prospettive di carriera e stipendi che l’Italia non offre più. I due numeri (5 milioni e 400) dovrebbero essere un campanello d’allarme per la politica. Vale ricordare che le dinamiche demografiche, sebbene spesso ignorate, determinano buona parte della crescita del reddito nazionale aggregato nel lungo periodo. Le conseguenze toccano diversi ambiti: mercato del lavoro, produttività, conflitti sociali e intergenerazionali, sistema pensionistico e di welfare, debito pubblico e, in ultima analisi, la crescita del pil potenziale. Una popolazione che al tempo stesso invecchia e diminuisce pone problemi sia dal lato dell’offerta di lavoro (meno persone in età lavorativa disponibili) sia dal lato della domanda (minor consumo interno e incremento di domanda previdenziale e assistenziale). Le prospettive non sono rosee. Nello scenario base delle previsioni Istat/Eurostat (che assume un rapido incremento del tasso di fecondità eni prossimi anni, cosa del tutto da verificare), la popolazione si riduce costantemente e raggiunge i 50 milioni nel 2100. Assumendo una fecondità un po’ più bassa o flussi migratori meno elevati si ha una drastica riduzione della popolazione che senza immigrazione potrebbe addirittura dimezzarsi nelle prossime 7 decadi. Solo assumendo flussi di immigrazione molto più alti dello scenario base si riesce a (quasi) stabilizzare la popolazione. Comunque la si veda, il contributo demografico alla crescita sarà con tutta probabilità negativo nei prossimi decenni, più probabilmente sarà molto negativo. Una popolazione che cala e invecchia significa milioni di lavoratori in meno, pil potenziale più basso e carenza di manodopera (che già si registra in alcuni comparti). E’ vero che una maggiore partecipazione femminile e un innalzamento dell’età pensionabile possono in parte compensare la diminuzione quantitativa, ma questi margini non sono illimitati e in ogni caso non colmano completamente il gap generazionale. Non solo, ma la nuova struttura demografica italiana implica un minore tasso di crescita del pil potenziale. Questo avviene attraverso vari canali: (i) minor crescita della forza lavoro; (ii) minor accumulazione di capitale, in quanto una popolazione stagnante riduce l’incentivo a investire in capacità produttiva aggiuntiva; (iii) cambiamento nella produttività aggregata, su cui gli effetti dell’età sono controversi; (iv) minore spinta all’innovazione, solitamente spinta dalle nuove generazioni. Le conseguenze economiche – sebbene diluite nel tempo – hanno già iniziato a manifestarsi e diventeranno sempre più evidenti negli anni a venire. Il problema è comune a molti altri paesi sviluppati ma, come per altri indicatori di sviluppo, in Italia si manifesta in maniera più forte. Affrontare questa sfida è incredibilmente complicato, richiederebbe politiche lungimiranti e un cambio di mentalità. Con politiche adeguate a supporto delle famiglie, un’apertura ragionata all’immigrazione e un adattamento del modello economico alla nuova realtà demografica, il nostro paese potrà, forse, cercare di mitigare gli effetti della crisi demografica e costruire un nuovo equilibrio sostenibile. In caso contrario, dovremo prepararci a un’Italia più piccola, più anziana e alle prese con dilemmi economici e sociali di non poco conto. La demografia è un destino che possiamo provare a influenzare, ma che in larga misura riflette le scelte (o le non-scelte) del passato. Data la lentezza delle dinamiche demografiche, paradossalmente il tempo per provare a modificare la tendenza scorre veloce.
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