Il Foglio
Al direttore - Non riesco a vivere le discussioni su Israele come semplici scambi di opinioni politiche. E forse è questo il punto che fatico a spiegare. Da mesi ricevo articoli, dati, statistiche, video, analisi che dovrebbero – esplicitamente o implicitamente – convincermi che la mia posizione su Israele è moralmente insufficiente, reticente, complice. Molte di queste analisi contengono elementi veri, fatti che non nego, tragedie che non minimizzo. Eppure spesso provo una strana sensazione di costrizione morale. Non il desiderio di capire insieme, ma quello di essere trascinato altrove. Come se mi si chiedesse, più o meno delicatamente, una forma di abiura. Non tanto: “Guarda che il governo Netanyahu sta portando Israele verso un nazionalismo religioso e messianico pericoloso”. Questo posso dirlo da solo, e lo penso da tempo. Ma qualcosa di più radicale e insieme più sfuggente: “Adesso riconosci finalmente che dalla parte giusta della storia stanno gli altri”. Ed è qui che mi irrigidisco. Perché sento che una parte del dibattito contemporaneo non chiede soltanto una critica politica a Israele – legittima, necessaria, inevitabile in una democrazia – ma pretende una sorta di purificazione pubblica. Un rito morale. Una dissociazione solenne. Come se, per essere considerato umano e degno, un ebreo dovesse continuamente dimostrare di non essere troppo vicino agli altri ebrei. Io questa richiesta la sento. La fiuto. A volte persino quando non è del tutto consapevole in chi la formula. E allora mi arrocco. Forse sbagliando. Ma è una reazione quasi fisica. Perché continuo a pensare che l’antisemitismo non sia affatto scomparso; abbia solo cambiato linguaggio, postura, lessico. E perché continuo a chiedermi come mai certe guerre vengano percepite come tragedie della storia e altre come colpe metafisiche. A Raqqa, Mosul, Mariupol, i civili sono morti in modo atroce dentro guerre contro eserciti o terroristi nascosti nelle città. Ma solo Israele sembra trasformarsi immediatamente in simbolo assoluto del Male. Non sempre per antisemitismo, certo. Sarebbe sciocco dirlo. Ma a volte sì. E negarlo per quieto vivere mi sembrerebbe una vigliaccheria. Questo però non significa chiudere gli occhi davanti a ciò che Israele sta diventando sotto questo governo. Non voglio usare parole storicamente improprie solo per sentirmi dalla parte dei buoni. Ma non riesco neppure a fingere di non vedere la deriva nazionalista, religiosa, fanatica che attraversa una parte della destra israeliana. Sarebbe disonesto. Forse il mio conflitto è tutto qui: non voglio consegnare la memoria ebraica a chi la usa come scudo per ogni politica di potenza, ma non voglio neanche consegnarla a chi sembra ricordarsi degli ebrei solo quando possono essere trasformati nel colpevole perfetto. Non ho una soluzione. E diffido di chi ne ha una troppo semplice. So soltanto che non riesco a liberarmi della sensazione che oggi a molti ebrei venga chiesto, prima ancora di discutere, di dichiararsi innocenti. E che questo, nella storia, non è mai un buon segno. Paolo Repetti Il punto, caro Repetti, è proprio questo. Non si tratta semplicemente di alzare l’asticella con un paese democratico, dal quale è lecito aspettarsi che sappia difendere se stesso ricordandosi le responsabilità che ha una democrazia, l’unica del medio oriente, l’unica dove i premier si eleggono, i parlamentari si scelgono, le corti supreme processano, i giornali criticano, gli oppositori vanno in piazza, gli atleti protestano, gli arabi vengono eletti in Parlamento. Una democrazia deve ricordarsi di essere una democrazia sempre e alzare l’asticella è giusto. Ma il tema vero purtroppo è un altro quando si parla di Israele. Il tema è che Israele ormai viene considerata in tutto ciò che fa colpevole fino a prova contraria di qualsiasi nefandezza. Il tema è che il tribunale del popolo avendo messo sotto accusa Israele ha messo sotto accusa anche il popolo ebraico. E il tema è che questo processo ha trasformato ogni ebreo in un complice fino a prova contraria di uno stato demonizzato e di un popolo criminalizzato. Non esistono ebrei innocenti. Esistono solo complici non ancora scoperti. L’antisionismo genera antisemitismo perché la legittimazione delle campagne aprioristiche contro Israele, divenuta semplicemente colpevole di essere Israele, si sono trasferite su tutto il popolo ebraico, su ogni ebreo, colpevole non solo di essere complice di Israele ma ormai colpevole semplicemente di essere ebreo. Sono processi purtroppo ciclici, che maturano nel tempo, nella storia, ma il dramma di questi processi non riguarda solo la diffusione della colpevolizzazione degli ebrei: riguarda prima di tutto il disagio di chi vede un problema e non ha il coraggio di aprire bocca per denunciarlo. E quando questo capita di solito non è mai un buon segno. Al direttore - Si è svolta ieri, al Villaggio Fondazione Roma, la cerimonia di intitolazione di sei abitazioni ad Achille Barosi, Chiara Costanzo, Emanuele Galeppini, Riccardo Minghetti, Sofia Prosperi e Giovanni Tamburi, i sei giovani morti nell’incidente di Crans-Montana nella notte dello scorso Capodanno. Alla cerimonia, insieme con i familiari delle vittime, ha partecipato anche il cardinale Giovanni Battista Re. Il luogo scelto ha un significato preciso: il Villaggio accoglie persone malate di Alzheimer e Parkinson, e dunque persone che ogni giorno fanno i conti con la fragilità della memoria. Legare i nomi dei sei ragazzi a sei case di una struttura dedicata alla cura significa affidare il loro ricordo non a un gesto occasionale, ma alla vita quotidiana di un luogo. Nella piazza principale è stato svelato anche un murales dell’artista Jerico, con i volti stilizzati dei giovani. E’ stata una cerimonia composta, senza enfasi. Per questo, forse, ancora più significativa. Marco Marini
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