Il Foglio
Abbiamo chiesto agli studenti universitari cosa pensano sui vizi della giustizia italiana svelati dal caso Garlasco. Qui sotto le migliori risposte. Scrivete anche voi, in duemila battute, a situa@ilfogli o.it . I migliori testi degli studenti universitari saranno pubblicati ( qui trovate tutti gli articoli degli studenti pubblicati in questi mesi ). Se non sei ancora iscritto a La Situa puoi farlo qui, ci vuole un minuto, è gratis . Il caso di Garlasco dimostra come la giustizia mediatica non cerchi la verità, ma un palinsesto. A distanza di quasi vent'anni dal delitto del 2007, la recente riapertura dei canali d'indagine ha rimesso in moto un meccanismo spietato: audio difensivi trasmessi in tv, atti processuali sbandierati sui social e indiziati trasformati istantaneamente in personaggi da fiction. La prima e più amara lezione di questa vicenda è che nel processo mediatico non esiste il diritto all’oblio, né per le vittime né per chi ha già scontato o affrontato la giustizia ordinaria. Tutto si trasforma in un eterno presente ad uso del pubblico. Il secondo cortocircuito riguarda la presunzione di innocenza, un principio costituzionale sistematicamente demolito dal "tribunale del click". Se nelle aule di tribunale i tempi lunghi servono a garantire il dubbio metodico e il rigore scientifico, la narrazione giornalistica e televisiva esige risposte immediate, polarizzanti e accessibili a tutti. Si creano così due fazioni contrapposte di spettatori che emettono sentenze definitive basate su frammenti decontestualizzati. Questo non è diritto di cronaca; è intrattenimento morboso che cannibalizza le garanzie difensive degli individui. Infine, Garlasco ci insegna che l'abuso della giustizia spettacolo finisce per inquinare lo stesso processo istituzionale. Quando la pressione dell'opinione pubblica diventa asfissiante, il rischio che i passaggi investigativi vengano condizionati o anticipati dal clamore mediatico si fa concreto. Come ricordato dai recenti richiami del Garante della Privacy e dai rifiuti della Procura di Pavia a concedere faldoni alla stampa, è urgente tracciare un confine invalicabile. La lezione di Garlasco è un monito generazionale: difendere il giusto processo significa sottrarre la dignità umana e la ricerca della verità alla gogna e alle logiche dello share. Elisa Scardino Università Pegaso Non sono molti gli argomenti in grado di smuovere la società dall'indifferenza a cui sembra condannata: le guerre, l'Italia ai mondiali di calcio e i casi di cronaca irrisolti da anni. Il caso Garlasco è destinato a riscrivere la storia giudiziaria italiana, quando sarà tutto finito (indipendentemente da come sarà finito) ci sarà un prima e un dopo, verrà considerato un vero e proprio spartiacque. Si può intuire la portata di questo evento dal fatto che, da un po' di tempo, non si parla di altro: siamo inondati da centinaia notizie, informazioni e pareri che, alla velocità della luce, raggiungono lo schermo dei nostri telefoni, lasciandoci un po' disorientati. Il processo mediatico che è in atto non fa bene al sistema giustizia (che già deve vedersela con altri problemi, ma questa è un'altra storia...), ma allo stesso tempo è del tutto inevitabile: da un lato il pubblico ha una grande voglia (a volte morbosa) di sapere, dall'altro i media sono interessati a vendere il più possibile, anche a costo di inquinare il dibattito. Si tratta di un incontro naturale di domanda e offerta, quasi ineluttabile. Proprio l'inquinamento del dibattito è un tema che merita di essere analizzato. Intendiamoci, non è solo "colpa" dei titoli azzardati dei giornali: c'è un mondo intero, sui social, di investigatori da divano, di presunti esperti di impronte e dna che scalpita per dire la sua. Tutto giusto e tutto legittimo (sarà capitato a tutti di immaginare cosa sia accaduto la mattina del 13 agosto 2007 e di confrontarsi con amici o colleghi), la libertà di espressione è sacrosanta e non va limitata neanche in casi delicati come questo; è la società a doversi adattare a questa "giungla mediatica", trovando degli informatori affidabili e soprattutto mantenendo il garantismo come punto fermo. Roberto Petrulli Università Mediterranea di Reggio Calabria
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