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No good man | Collector
No good man
Il Foglio

No good man

Era il film d’apertura alla scorsa Berlinale , 12 febbraio 2026. Racconta Naru, unica camerawoman in una tv di Kabul. Una trentenne convinta che in Afghanistan non ci siano uomini buoni e onesti. Ha 30 anni, operatrice di ripresa a Kabul prima del ritorno dei talebana del 2021: c’era abbastanza democrazia per consentire alle donne di andare al ristorante con un uomo che non fosse un parente stretto. Naru si sente intrappolata nel matrimonio – il marito è infedele, ma lei non vuol correre il rischio di divorziare, potrebbe perdere la custodia del figlio. Lui la accusa, in una trasmissione tv. Lei interrompe la trasmissione, correndo qualche rischio: per il posto di lavoro e la trasmissione che ha curato fino a quel momento. Puntuale arriva il declassamento. Comincia a lavorare con il collega Qodrat, un reporter cinquantenne. Già sposato. Ma continuano a vedersi, Naru comincia a cambiare idea, sul fatto che in Iran non esistono uomini buoni. La coproduzione, prima di arrivare a Berlino è passata di festival in festival, reparto finanziamenti. Un po’ di soldi sono arrivati dal Venice Gap Financing Market, dal Göteborg film Festival, e accolta a Cannes, tra giovani talenti accolti a Cannes. Una romantic comedy afgana, scrive Variety. E nessuno ci voleva credere, prima. Una foto mostra i piccioncini seduti a tavola, dietro di loro un enorme acquario. I titoli di testa scorrono su una fioritura di cactus, coloratissima.

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