Il Foglio
“Plurale”, per il regista Luca De Fusco, è l’aggettivo talismano del teatro. Almeno nella capitale e al Teatro di Roma, di cui è direttore artistico dal gennaio 2024 e dove ha presentato la Stagione 2026/2027 con l’annuncio di una resurrezione: riapre dopo dodici anni il Valle, palcoscenico storico che ospitò in prima assoluta “La Cenerentola” di Rossini e “Sei personaggi in cerca d’autore” (con una contestazione che portò benissimo a Pirandello). Sarà la “casa della nuova drammaturgia contemporanea”. Quando De Fusco fu nominato ci fu chi si stracciò le vesti e gridò all’occupazione culturale, cioè al rischio paventato ogni qual volta la scelta non la fa colui che grida. Oggi sembra tutta acqua passata perché “plurale”, la parola talismano, ha armonizzato anche gli animi – e le anime – del Teatro di Roma. Felici e contenti? S’è trovata la quadra. Le ragioni di unione hanno prevalso sulle differenze. Qui non ci sono eserciti contrapposti della cultura italiana: ciascuno ha la sua storia ma nel Teatro di Roma non esistono i buoni e i cattivi. C’è l’interesse comune, senza più attriti particolari. Guardiamo alla programmazione e il fatturato ci premia. Con quali numeri? Il giro d’affari quando sono arrivato era di dodici milioni di euro, ora va per i venti e m’azzardo a prevedere che li supererà ampiamente appena il Valle sarà a pieno regime. È un risultato raro, ma ci ero già riuscito alla direzione del Teatro di Napoli: il Mercadante era sedicesimo su diciassette teatri nazionali e lo portai tra i primi sei. Quando i numeri sono positivi, i soci, Comune e Regione, si convincono più facilmente che vale la pena investire. Nel nostro caso, abbiamo raggiunto un tasso di occupazione posti del novanta per cento: se non è cento è perché ci sono spettacoli che abbassano la media, ma hanno diritto culturale di essere rappresentati. A questi risultati dovrebbe corrispondere un aumento della sovvenzione ministeriale, però i parametri dell’algoritmo varato dal ministro pro tempore Franceschini sono piuttosto arcani. Il Teatro di Roma si definisce “progetto organico e policentrico su quattro palcoscenici”. Spieghiamo. Vuol dire che non c’è un solo pubblico ma tanti, perciò l’Argentina, l’India, il Torlonia e adesso il Valle sono contenitori con specifiche vocazioni. All’Argentina il gran teatro di regia, l’India per la sperimentazione e la drammaturgia emergente, il Torlonia con una narrazione quasi di letteratura pura. E in più d’estate c’è l’Ostia Antica Festival. Chi frequenta una sala, per peculiarità sociologiche e culturali, cerca un certo genere di spettacoli. Perciò la chiave della programmazione è in quell’aggettivo: “plurale”. Quale sarà il pubblico del Valle? Dopo dodici anni di chiusura dovrà riguadagnarlo: il trentenne o quarantenne di allora ci tornerà? Non lo so, e questa è la scommessa elettrizzante che affrontiamo puntando sulla drammaturgia contemporanea. Vedremo cosa emergerà dal buio. Cosa è richiesto a un buon direttore artistico? Stare più tempo possibile in teatro. Un principio di buon senso, banale ma vero. Come sta cambiando il pubblico? C’è un fil rouge che ne accomuna le tipologie? Direi, dovendo generalizzare, che dopo la pandemia è aumentata la domanda di spettacoli più compatti. Traduco: i meccanismi di attenzione si sono abbassati, qualcuno dice che il cronometro è tarato su una puntata delle serie tv. Non sempre però: il “Sabato, domenica e lunedì” che ho messo in scena durava tre ore senza problemi, probabilmente perché inclinava anche al sorriso. L’ho constatato pure con “Le false confidenze” di Marivaux per la regia di Arturo Cirillo. C’è più esigenza di sorridere. E come sta cambiando la recitazione? Una nota negativa è l’abuso dei microfoni sulla guancia dell’attore: appiattiscono i piani di profondità delle voci sul palcoscenico oltre che incidere sull’espressività dei volti. Non dico di bandirli perché ci sono spettacoli in cui sono preziosi per ragioni tecniche, ma è inconcepibile vedere i microfoni nelle messe in scena da camera. Al contrario, fra i cambiamenti positivi degli ultimi anni c’è la tendenza a una recitazione più essenziale, meno ridondante di quella cui i ragazzi della mia generazione erano abituati quando cominciarono ad andare a teatro. Dopo la pandemia l’uso dell’Intelligenza artificiale ha compiuto enormi balzi. Giorni fa si sono accorti che il racconto vincitore del Commonwealth Short Story Prize era stato generato così. Magari è anche per questo che gli spettacoli dal vivo attraversano un ottimo momento: è sempre più chiaro il paradosso di Eduardo sul teatro, che il massimo della verità coincide col massimo della finzione. Qualcuno potrà pure scrivere un copione con l’Intelligenza artificiale, ma nessuno potrà sostituire le persone in carne e ossa sulla scena. Neanche rivedere il teatro in tv comunica uguale emozione. Vale lo stesso per la lirica, la danza. Porterà in scena “Otello”: si prepara alle polemiche? Il moro è il colpevole, ma l’artefice maligno è il bianchissimo Iago. Come per “Il mercante di Venezia”, Shakespeare non divide il mondo tra bene e male ma si confronta con la vita, dove le cose s’intrecciano e non sono mai semplici come le vuole chi s’accomoda nelle purissime visioni didascaliche.
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