Il Foglio
Venerdì mattina un drone russo ha attraversato il Danubio e ha colpito un palazzo residenziale a Galati , in Romania . Due feriti, settanta evacuati, incendio al decimo piano. Il ministero della Difesa romeno ha documentato 47 episodi di detriti o frammenti sul proprio territorio dal febbraio 2022: è però il primo con feriti civili. Il presidente Dan ha convocato d’urgenza il Consiglio supremo di difesa. La Nato ha condannato la “sconsideratezza” di Mosca. L a Commissione europea ha parlato di una linea attraversata. La reazione istituzionale è quella che ci si aspetta. Quella che merita attenzione è la lettura strategica di ciò che sta accadendo. Il caso romeno, nella lettura più immediata, è uno spillover: un drone lanciato contro obiettivi ucraini ha deviato, attraversato il Danubio, e colpito un edificio civile. L’origine del materiale è certa (un Geran-2, versione russa del drone kamikaze iraniano Shahed-136) e la responsabilità russa è fuori discussione, nel senso che è stata Mosca a lanciarlo. Quello che non è determinabile con certezza è la causa della deviazione: può trattarsi di una perdita di controllo durante un attacco in teatro operativo saturo, di un malfunzionamento, o di qualcosa di più complesso che la guerra elettronica moderna rende tecnicamente producibile e probatoriamente quasi impossibile da escludere. La guerra elettronica consente, attraverso la falsificazione dei segnali di navigazione satellitare, di riorientare la traiettoria di un drone nemico verso un bersaglio non programmato, incluso il territorio di un paese non coinvolto nel conflitto. Ricercatori statunitensi lo hanno dimostrato nel 2013 su piattaforme civili. L’Ucraina e la Russia dispongono entrambe di capacità operative in questo dominio , e chi abbia usato cosa in quale episodio specifico non ha risposta certa. Nel teatro baltico si era già formata, nelle settimane precedenti, una sequenza analoga. Il 7 maggio droni ucraini avevano colpito un deposito di petrolio in Lettonia : Kyiv aveva confermato la propria origine e accusato Mosca del dirottamento via guerra elettronica. In Estonia un drone ucraino aveva sconfinato in un contesto di intensa attività di falsificazione dei segnali di navigazione. In Lituania il governo era sceso in bunker per un drone proveniente dalla Bielorussia. In ognuno di questi casi la certezza sull’origine e quella sulla causa dello sconfinamento non coincidono: la prima c’è, la seconda no. Il punto non è ricostruire ogni episodio. Il punto è ciò che li accomuna: l’effetto politico. In Lettonia è caduto un governo. In Romania il presidente ha convocato il massimo organo di sicurezza nazionale. In Lituania i parlamentari si sono riparati in un rifugio. In Estonia la Nato ha abbattuto in volo un drone per la prima volta dall’inizio del conflitto. Danni materiali limitati ovunque tranne a Galati. Impatto politico sproporzionato ai danni fisici in tutti i casi. Se la deviazione di un drone verso territorio di un paese terzo è tecnicamente producibile e probatoriamente indistinguibile da un incidente, si apre uno spazio operativo preciso: trasferire violenza reale su popolazioni neutrali mantenendo la negabilità della responsabilità. Un effetto che accade, produce crisi politiche, e non può ricevere risposta proporzionata perché l’Articolo 5 richiede un attacco attribuibile. La Nato può condannare. Non può rispondere militarmente a qualcosa che non può dimostrare. Ma il danno più insidioso agisce altrove. Nella guerra cognitiva contemporanea, la pressione politica non passa più principalmente attraverso la propaganda ma attraverso eventi fisici che generano automaticamente le proprie interpretazioni. Non serve nemmeno mentire. I cittadini rumeni che hanno visto venerdì sera un palazzo bruciare nel loro quartiere non hanno accesso alle analisi sulla guerra elettronica. La domanda che si pongono è immediata: perché siamo esposti? La risposta disponibile senza bisogno di intermediazione narrativa è la più semplice: perché l’Ucraina si oppone alla pace. Non serve propaganda per arrivarci. Serve solo l’evento. La propaganda tradizionale cerca di convincere. La cinetica negabile non deve convincere di nulla: deve solo accadere. Il palazzo che brucia produce da solo il significato politico. Mosca costruisce da mesi una narrativa che finisce per preparare il terreno anche a eventi di questo tipo. Ilmar Raag, ricercatore estone con esperienza diretta nell’unità di difesa psicologica del governo di Tallinn, ha documentato un aumento del 206 per cento degli atti comunicativi ufficiali russi verso i Baltici tra il 2022 e il 2026, con un’accelerazione concentrata tra fine 2025 e inizio 2026: accuse di complicità negli attacchi ucraini, minacce a centri decisionali, casus belli narrativi costruiti prima che gli incidenti accadano. La cinetica non deve essere intenzionalmente diretta contro la Romania per produrre l’effetto che quella campagna genera: basta che accada, e la narrativa preesistente occupa il vuoto interpretativo prima che qualsiasi smentita tecnica possa raggiungerlo. Il governo lettone non è caduto perché la Lettonia fosse militarmente vulnerabile. E’ caduto perché nessuno sapeva spiegare in modo soddisfacente all’opinione pubblica cosa fosse successo a Rezekne, e il vuoto è stato riempito dalla domanda più ovvia: di chi è la colpa? La soglia psicologica per questo meccanismo è molto più bassa di quanto i governi europei calcolino: bastano due feriti e settanta evacuati, se la spiegazione credibile arriva in ritardo rispetto alla narrativa disponibile . La risposta a questa dinamica è quindi anche comunicativa, non solo militare, e la capacità di spiegare rapidamente e credibilmente cosa è successo è parte integrante della difesa tanto quanto un sistema radar. Quello che è accaduto venerdì a Galati può essere un incidente di guerra. Può essere la dimostrazione di uno spazio operativo che ha già prodotto effetti politici misurabili in quattro paesi Nato nel corso di un solo mese. La distinzione tra le due ipotesi è importante, ma fino a un certo punto: se gli effetti politici sono identici in entrambi i casi, un governo che cade, un’opinione pubblica che si interroga sul costo del sostegno all’Ucraina, una Nato che condanna senza poter rispondere, allora l’irrilevanza operativa di quella distinzione è già il vantaggio strategico che Mosca sta raccogliendo. Un palazzo alla volta.
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