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Il drone russo caduto in Romania e la “information laundering” in Italia | Collector
Il drone russo caduto in Romania e la “information laundering” in Italia
Il Foglio

Il drone russo caduto in Romania e la “information laundering” in Italia

Il 30 maggio un drone di origine russa è precipitato in un territorio densamente abitato della Romania, Paese membro della Nato e dell’Unione europea. Le autorità civili e militari parlano di “sconfinamento” del drone, ipotizzando che non si sia trattato di un attacco diretto ma più probabilmente di un attacco indiretto, considerando che in questi giorni è in corso un massiccio attacco russo nel territorio ucraino con il quale la Romania condividere oltre 600 km di confine. Dal punto di vista politico, la Romania dopo la caduta il 5 maggio del governo filo-europeista sta attraverso una delicata fase di stallo e incertezza istituzionale. Analoghi “sconfinamenti” hanno riguardato i paesi dell’area baltica evidenziando una realtà che molti cercano di ignorare: la guerra di aggressione scatenata dalla Russia contro l’Ucraina non è un conflitto lontano, ma è una minaccia diretta alla sicurezza europea. Fin qui i fatti e le possibili conseguenze. Poi ci sono i “fattoidi”: quelle ricostruzioni che appaiono verosimili e suggeriscono una ricostruzione diversa dalla realtà per suggestionare l’opinione pubblica e spostare l’attenzione dal fatto alla narrazione. Il meccanismo è ormai noto agli studiosi della disinformazione e prende il nome di “information laundering”, letteralmente “riciclaggio dell’informazione”. Così come il denaro sporco viene ripulito attraverso passaggi intermedi che ne occultano l’origine, anche la propaganda può essere “ripulita” e resa presentabile attraverso una catena di rilanci, reinterpretazioni e apparenti analisi indipendenti per allontanare la narrazione dalla fonte. L’editoriale di Marco Travaglio rappresenta un interessante caso di scuola. L’obiettivo è sempre lo stesso: minimizzare sistematicamente la minaccia russa e trasformare ogni reazione occidentale in isteria, “russofobia”, minaccia per la pace. Il problema non sono più i droni che cadono in Romania o nei Paesi Baltici. Il problema diventano coloro che sottolineano la gravità dei fatti. La domanda implicita diventa: di cosa dovremmo preoccuparci? E’ esattamente il tipo di spostamento cognitivo che la propaganda russa persegue da anni. Non convincere che Putin abbia ragione. Convincere che nessuno abbia veramente torto. L’Unione europea ha vietato la diffusione di Russia Today e Sputnik perché riconosciuti come strumenti di propaganda della guerra ibrida del Cremlino e sanzionati dal regolamento Ue 2022/350. Un recente dossier di “Europa Radicale” che verrà presentato mercoledì in Senato ha censito oltre 200 eventi che, nell’ultimo anno, sono collegati direttamente o indirettamente alla galassia propagandistica russa e che sono stati organizzati in Italia, nonostante siano illegali in virtù del quadro sanzionatorio europeo. Con un dato particolarmente allarmante: solo una minima parte di questi eventi è stata effettivamente annullata. Questo significa che il problema non è la censura. Il problema è l’assenza di applicazione delle regole, l’assenza di uno scudo democratico contro le ingerenze straniere. Ho presentato due anni fa un’interrogazione parlamentare per chiedere come mai non siano stati congelati gli immobili di proprietà della presidente del Senato russo che si trovano a… Pesaro. Stiamo parlando di un bene immobile. Sta lì. Fermo. Con un via-vai di gente piuttosto sospetto. Non ho ancora ottenuto nessuna risposta dal governo italiano. Le regole europee se non vengono rispettate possono esporre l’Italia a una procedura d’infrazione che si può concludere con una doppia sentenza di condanna e una sanzione pecuniaria. E’ arrivato il momento di denunciare questa ignavia. Se vogliamo difendere la qualità della nostra democrazia, il primo passo è riconoscere le ingerenze straniere attraverso questi meccanismi di “guerra cognitiva”. Il secondo è applicare le norme europee già esistenti ed attuarne altre sempre più necessarie come lo “scudo democratico europeo”. Il terzo è smettere di considerare come episodi isolati ciò che appare sempre più come un fenomeno altamente sofisticato, organizzato e strutturato in modo capillare nel nostro territorio. Perché la “guerra ibrida” non comincia quando arrivano i carri armati. Comincia quando una democrazia perde la capacità di distinguere tra libertà di espressione, pluralismo dell’informazione e disinformazione e propaganda organizzata da attori statali e non statali. Marco Lombardo, senatore di Azione

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