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I prestiti Safe per la difesa comune e il mezzo passo indietro dell’Italia | Collector
I prestiti Safe per la difesa comune e il mezzo passo indietro dell’Italia
Il Foglio

I prestiti Safe per la difesa comune e il mezzo passo indietro dell’Italia

Il riferimento è ai prestiti Safe (Security Action for Europe): fondi che la Commissione europea raccoglierà sui mercati fino a 150 miliardi di euro da prestare agli stati membri per finanziare investimenti militari congiunti. Dopo mesi di tentennamenti, il governo Meloni nel 2025 aveva prenotato 14,9 miliardi di euro. Ma oggi l’orientamento sembra cambiato, e la richiesta potrebbe scendere a 5 miliardi. Sarebbe una scelta singolare, visto che il ministro Tajani nel 2024 sosteneva che “emettere eurobond per finanziare la difesa comune” fosse “una buona idea”. E anche la stessa Giorgia Meloni a febbraio di quest’anno affermava di essere “personalmente favorevole sugli eurobond”. Finora Safe insomma era apparso agli occhi della diplomazia italiana un compromesso al ribasso. Certo, non siamo ancora di fronte a un vero bilancio federale europeo (a cui Meloni, d’altronde, non si è mai detta a favore). Non sono gli eurobond permanenti immaginati da alcuni governi. Ma è probabilmente il passo più vicino compiuto finora dall’Unione verso una mutualizzazione del finanziamento della difesa. La prudenza di Palazzo Chigi ha anzitutto una spiegazione politica. Parlare di aumento della spesa militare resta complicato in un paese che continua a considerare la difesa una voce sacrificabile del bilancio pubblico. Una parte delle opposizioni aspetta soltanto l’occasione per accusare il governo di spendere soldi per le armi anziché per il welfare. Ma dal punto di vista finanziario la rinuncia a Safe appare difficile da giustificare. I prestiti Safe, infatti, presentano condizioni che qualunque ministro dell’Economia avrebbe definito vantaggiose fino a poco tempo fa (come ha fatto lo stesso Giorgetti alcuni mesi fa). La Commissione europea gode di un merito creditizio migliore rispetto a quello italiano. Tradotto: Bruxelles si indebita a tassi inferiori rispetto a quelli che dovrebbe pagare Roma emettendo Btp. Richiedere 15 miliardi di prestiti significherebbe risparmiare al bilancio pubblico circa 120 milioni di euro di interessi ogni anno. Alla fine del periodo di rimborso si parlerebbe di diversi miliardi. I prestiti inoltre prevedono dieci anni di preammortamento, durante i quali il capitale non deve essere restituito. E possono essere rimborsati in un arco temporale fino a quarantacinque anni. Tra chi in Eurozona ha prenotato i prestiti Safe, l’Italia sarebbe il paese che ne trarrebbe maggior beneficio economico: sarebbe un vero paradosso se alla fine ci tirassimo indietro. Paradossalmente, i primi sostenitori di Safe dovrebbero essere proprio i più contrari al riarmo: grazie ai loro tassi più vantaggiosi infatti, i prestiti consentirebbero di ridurre l’onere della spesa militare. Non a caso nel giugno del 2025 il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti aveva definito “interessante” lo strumento proprio perché “più conveniente” rispetto all’emissione di titoli di stato tradizionali. Soprattutto se utilizzato per pagare contratti già firmati e a bilancio. Insomma il ministero dell’Economia potrebbe finanziare programmi di acquisto già previsti – come i 24 nuovi Eurofighter per l’Aeronautica o i 272 carri armati richiesti a Leonardo e Rheinmetall – a tassi di interesse inferiori. C’è poi un secondo aspetto spesso trascurato. I finanziamenti europei sono legati a programmi comuni tra più paesi. I prestiti Safe infatti sono in parte condizionati a essere spesi su programmi multinazionali, per ridurre la frammentazione e gli sprechi oggi esistenti nell’industria della difesa europea. Ancora una volta, una buona ragione per adottare i Safe anche per chi non vede di buon occhio la spesa per la difesa: spendere insieme significa spendere meglio e potenzialmente anche spendere meno in futuro. Per questo la questione va oltre i 14,9 miliardi di euro. Riguarda la coerenza della posizione italiana in Europa. Per anni Roma ha sostenuto che sicurezza, energia e difesa fossero beni pubblici europei da finanziare attraverso strumenti comuni. Safe è esattamente questo: debito comune europeo destinato a una priorità comune europea. Adesso che Bruxelles lo mette sul tavolo, rifiutarlo sarebbe come passare una vita a chiedere un ombrello e decidere di non aprirlo quando inizia a piovere.

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