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“Vince chi sogna di più”. Cobolli ha vinto le sue paure
Il Foglio

“Vince chi sogna di più”. Cobolli ha vinto le sue paure

Debordante altalena di miraggi. Dolci deliri. Vita che fugge, sfugge, cerca, anela… Fino a oggi, la vita di Flavio Cobolli stava tutta in questo frammento incipitario di una poesia di Vincenza Armino, sospesa tra il tempus fugit di Virgilio e il cotidie morimur di senecana memoria. Flavio, con il suo talento e i suoi turbamenti, che un solo dritto finito in corridoio sapeva provocare; Flavio, con la sua tenacia e le sue insicurezze, che i successi in serie degli altri ingigantivano; Flavio, con la sua frenesia di scalare la montagna, la montagna del tennis italiano, sempre più alta, gigante, vincente. E lui? Si sentiva piccolo, piccolo così. Fino a oggi . La vita è fatta di sliding doors, lo sapevamo anche prima di quel celebre film ma non gli avevamo dato una definizione. Però la vita è fatta anche di spiragli, che è pure il titolo di un libro di poesie della Armino. Prima di battere Svajda, ma forse prima ancora le sue paure, quelle ombre che ingrossandosi alla sera lasciano in animo rammarichi e malinconici abbandoni, Flavio lo aveva individuato, lo spiraglio in cui passare, anzi lui ha usato il verbo raccogliere, per passare – perdonate il gioco di parole – alla storia del tennis italiano. E cominciare a scriverne pagine che resteranno, come quei segni lasciati dai retaggi del tempo, che non sono sempre dolorosi . Anzi. “Si sente un’aria diversa quest’anno – aveva dichiarato –, specie perché non ci sono i due più forti, e adesso anche Nole. Quando cammini nello spogliatoio c’è uno spiraglio per tutti, e tutti vogliono raccoglierlo. E siamo pronti a lottare su ogni punto per raccoglierlo”. E dunque, quello spiraglio Cobolli lo ha effettivamente raccolto, dopo aver visto cadere prima il barone rosso, poi il principe serbo, mentre il re della Murcia non si era proprio presentato, e allora nella sua parte di tabellone si è aperto un corridoio, altro che spiraglio, e Flavio ha deciso di percorrerlo . Fino alla fine. Stavolta, senza rimpianti. E’ già virtualmente 11 del mondo. Ma non gli basta. Con un posto in semifinale del Roland Garros entrerebbe nella top ten. “Qui si gioca sulla mia superficie preferita, sognare non è mai sbagliato. Sognano in tanti, ed è giusto. Vince chi sogna di più”, aveva detto alla vigilia della sfida con lo statunitense Zachary Svajda, 85 del mondo, tutt’altro che un fenomeno sulla terra, ma quando sei al secondo match della tua carriera sullo Chatrier, avanti di due set, a un passo dal primo quarto al Roland Garros, appena il secondo in uno Slam, ci sta che ti tremino un po’ le gambe o, come si diceva un tempo spesso riferendosi ai tennisti italiani, ti venga il braccino. “Stavo per farmela addosso”, ha sintetizzato Flavio potendo riderci su. E’ in uno stato di grazia, tra alti (tanti) e bassi (pochi) ormai da novembre dello scorso anno . La vittoria della Davis, la terza consecutiva per la banda Volandri, la prima da protagonista per Flavio, si è rivelata detonatrice di certezze, proprio quelle che gli mancavano per scalare la montagna. La montagna del Roland Garros. La montagna del tennis italiano.

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