Il Foglio
“Si è fatto sempre così”, par quasi di sentirla quell’aurea e non scritta regola che si riflette per i corridoi di ogni pubblica amministrazione quando ci si trova al cospetto della motivata obiezione che incrina una procedura, una regola, una consuetudine. Che si tratti, poi nello spicciolo concreto, di questionare la composizione di una conferenza di servizi, la gestione di un procedimento amministrativo di erogazione del tax credit o l’esplodere fuochi d’artificio facendoli piroettare nel ventre nero della notte romana perché, in fondo, si è sempre fatto così . Si è scoperto in queste ore facenti seguito il tragico rodeo dipanatosi lungo la Colombo che lanciare quei fuochi sarebbe stata goliardica consuetudine, da anni. Secondo lo sfogo di una carabiniere in una chat interna, non limitata però alla polizia locale. C’è qualcosa di pienamente romano in questa vicenda. Il dramma dei feriti, umani e animali, a cui va ogni solidarietà, l’esito inevitabile giudiziario e disciplinare, le sfuriate capitoline del Sindaco Roberto Gualtieri e del comandante generale del Corpo Mario De Sclavis. Il quale ultimo, consapevole dell’autodafé reputazionale inflitto da pochi elementi all’interezza di una organizzazione le cui funzioni da sempre non sono in cima alle simpatie cittadine, ha rincuorato via radio tutti gli altri, comprensibilmente depressi e scoraggiati. E però, nella storia, c’è anche il pecoreccio alla Nerone con Pippo Franco, visto che si parla di fuochi. Saranno le indagini ad accertare i fatti, soprattutto il nesso di causalità eventuale tra sfiammate piriche e imbizzarrimento degli equini corsi a perdifiato per chilometri. Ma in questa nostra epoca di replicabilità tecnologica e narcisistica di ogni istante della vita è parsa buona idea, scaltra soprattutto, immortalarsi mentre si accendevano dei fuochi che non si sarebbe potuto accendere e che a rigore dovrebbero condurre alla irrogazione di una sanzione. Comminata proprio da quelli che invece accendevano i fuochi e se li rimiravano con estasi bambina. Non siamo più nel terreno della facile sociologia ma in quello della più perfezionata iconografia di una città che non può essere raccontata e spiegata se non attraverso la via crucis carnevalesca di scene simili. La solennità monumentale del Centro, la gravitas della celebrazione festiva, la marcia, l’addestramento, le divise, e poi tutto si riduce a una scampagnata da villaggio vacanze, con tanto di battutacce di contorno sull’arrivo della droga. Per quei due o tre che ancora non lo sapessero, altra consuetudine, ma questa volta narcos, avvertire dell’arrivo dei carichi di roba a mezzo pirotecnico. Si spera che i magistrati inquirenti siano provvisti di ferreo senso dell’umorismo perché in questa vicenda ogni cosa, anche la più drammatica, riconduce alla Lapis Niger primordiale di una romanità così trash da essere irrappresentabile. Il si è sempre fatto così consuetudinario non è mica infatti solo quello dell’agente, neoassunto ma a cinquant’anni, e magari farsela una riflessioncina pure su questo, lo si dice ai riformatori parlamentari della polizia locale, o dei funzionari anziani che hanno acquistato i fuochi. Il si è sempre fatto così è quel principio di stretta (il)legalità delle triple file strutturali perché tanto torno subito, delle tettoiette abusive che tanto ma chi le vede, delle cartacce gettate ovunque, dei barbecue in pineta tanto sono solo tre salsicce, della rosticciata condominiale, del ‘andate ad arrestare i delinquenti invece di prendervela con me solo perché ho parcheggiato sulle rotaie del tram’, finestre rotte sociologiche da tutti fanno così, e nessuno che faccia rispettare la legge . Servirebbe una Norimberga ma mica per i vigili, per tutti noi romani che ora condanniamo e vituperiamo e ci stracciamo quei quattro capelli rimasti sulla sommità del cranio e che poi, stringi stringi, avremmo salutato pure noi lo spettacolino abusivo con un ridanciano “è arrivata la droga”.
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