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La guerra come si vince oggi. La lezione ucraina che anche gli americani stanno imparando | Collector
La guerra come si vince oggi. La lezione ucraina che anche gli americani stanno imparando
Il Foglio

La guerra come si vince oggi. La lezione ucraina che anche gli americani stanno imparando

Gli Stati Uniti hanno colpito radar e basi di droni dell’ Iran , che ha risposto attaccando in particolare il Kuwait, come succede da quando è stato siglato il cessate il fuoco all’inizio di aprile. Nel frattempo sono stati abbattuti droni da entrambe le parti, l’operazione militare di Israele in Libano si è espansa e siccome per Teheran c’è soltanto un cessate il fuoco complessivo, continuano le accuse su chi ha fatto le violazioni più gravi, in un ripetersi di attacchi e contrattacchi che scandiscono i tempi estenuanti della diplomazia, consumandoli. L’accordo – che è un accordo per poi negoziare – compare e scompare come un miraggio, ieri si è insabbiato un po’ più in giù del solito, ma intanto i militari calcolano i danni subiti, i danni inflitti e i prossimi passi. L’alternativa alla diplomazia è l’azione militare, ma come si possa sviluppare questa azione è un’altra domanda a risposta multipla, di cui forse nessuna è quella giusta: nei tanti e lunghi articoli pubblicati nel fine settimana da alcuni magazine europei, ci sono molte analisi su come si fa la guerra oggi. Naturalmente la premessa è la svolta che l’Ucraina ha impresso alla sua difesa dall’aggressione russa, ma tra le righe si legge che il modo con cui fa la guerra l’America non è più quello migliore e lo ha scoperto proprio da quando è impegnata in medio oriente. Dan Driscoll , sottosegretario all’Esercito nel Pentagono più disfunzionale di sempre guidato dal suo capo-rivale Pete Hegseth, lo ha visto con i suoi occhi, e gli è quasi venuto un colpo. Ad aprile, in Romania, Driscoll si rese conto che un sistema americano di difesa dai droni non era in grado di connettersi a un sistema di radar sempre americano. Il giorno seguente, in un addestramento in Germania, Driscoll vide i soldati americani parecchio in difficoltà nell’integrare sistemi robotici differenti, mentre gli ucraini, che nell’esercitazione facevano la parte del nemico, erano tranquillamente in grado di connettere i loro sistemi d’arma. Driscoll mandò un messaggio a nove aziende dell’industria della difesa americana: dobbiamo vederci. Come ha raccontato un giornalista del Financial Times, l’appuntamento c’è stato, in una base militare incastrata tra le Montagne Rocciose, a Fort Carson, in Colorado, dove si è tenuto un “hackathon” denominato “Operazione Jailbreak”, con l’obiettivo di trovare il modo, grazie in particolare all’intelligenza artificiale, di far comunicare le armi tra di loro, la cosiddetta interoperabilità. Alex Miller, il capo della tecnologia dell’Esercito americano, ha raccontato ai giornalisti quali tipi di armi sono stati portati nella base nell’ultimo mese (l’esperimento si conclude questa settimana), mentre il capitano Micah Maule ha spiegato qual era il punto di partenza: “Era come dirigere un’orchestra su Microsoft Teams, ognuno con davanti il proprio spartito”. Driscoll, che ha perlustrato la base e ne è uscito rassicurato, ha detto di aver visto “sistemi migliori rispetto a quelli che abbiamo costruito per anni, spendendo centinaia di milioni di dollari”. Il sottosegretario vuole inviare alcuni di questi strumenti sviluppati a Fort Carson entro un mese per aiutare la difesa americana dai droni iraniani: parla di un orizzonte di trenta giorni, altrimenti “rischiamo il fallimento”. Driscoll è uno dei personaggi dell’Amministrazione Trump che sintetizzano al contempo la miopia di questo governo e la sua volontà di non trovarsi impreparato di fronte alle nuove minacce – e alla nuova “forma della guerra”, come l’ha descritta l’Economist in un splendido saggio sull’ultimo numero. Quando comparve a Kyiv l’estate scorsa, Driscoll riferì messaggi invero poco rassicuranti agli ucraini, lasciando intendere la visione trumpiana della guerra: non potete vincere, conviene accettare le concessioni. Nelle ultime audizioni al Senato, sembrava un altro: si dev’essere infilato anche lui, senza pregiudizi, nella spettacolare curva di apprendimento degli ucraini, e dopo aver misurato con i suoi occhi il ritardo enorme accumulato dagli Stati Uniti nelle modalità con cui si fanno le guerre oggi, ha deciso di mettersi a studiare. “Quando testimonio e parlo di ciò che abbiamo imparato dall’Ucraina – dice oggi Driscoll – della sua velocità, della sua flessibilità e della sua adattabilità, dico che di fatto gli ucraini organizzano un hackathon nazionale ogni singolo giorno e stanno affrontando ogni problema necessario per combattere i russi: questo è il nostro miglior tentativo di imitare altrettanto bene ciò che stanno facendo loro”. Gli americani sono lenti, dice il sottosegretario, e si sono rifiutati di capire quel che stava avvenendo: anche i militari britannici, per dire, ripetono di continuo che per avere il sopravvento in medio oriente bisogna prendere esempio dall’Ucraina, e ricordano che anche i russi hanno dimestichezza con la nuova forma della guerra, e così anche i loro alleati iraniani. Il problema per Driscoll è che la rivalità con il suo capo Hegseth, che manomette ogni giorno il sostegno americano all’Ucraina pure oggi che è pagato dagli europei, fa sembrare ogni sua iniziativa un altro capitolo di questo scontro (Driscoll, che era compagno di università di J. D. Vance, punta alla guida del Pentagono), quando invece si tratta di compensare un ritardo strategico che gli Stati Uniti non possono proprio permettersi.

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