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Cosa ci dice sulla concorrenza la sfida italiana sui treni in Germania
Il Foglio

Cosa ci dice sulla concorrenza la sfida italiana sui treni in Germania

C’è un campo nel quale l’Italia supera di molto la Germania: il trasporto ferroviario in particolare l’alta velocità. In realtà l’Italia era arrivata prima in Europa con la direttissima Roma-Firenze, poi i francesi hanno fatto meglio e di più con il loro Tgv , finché gli italiani hanno spiazzato tutti con la liberalizzazione e la privatizzazione. Le ferrovie nazionali sono state le prime ad aprirsi a una compagnia privata come Italo e, dopo una prima fase di dispetti e talvolta veri e propri sabotaggi, tutto ha funzionato per il meglio. In Francia la società SNCF è tutta dello stato e solo adesso accetta compagnie straniere, così le FS arriveranno a Parigi e poi fino a Londra, mentre i francesi faranno viaggiare sulle linee italiane i loro nuovi treni double deck. Quanto alla Spagna, accoglie già italiani e francesi. Muove i suoi passi, insomma, un mercato europeo dei trasporti su rotaia e Italo (società controllata oggi da MSC il colosso svizzero delle navi cargo, presieduta da Luca di Montezemolo) se ne va in Germania investendo 3,6 miliardi di euro. I primi treni ad alta velocità saranno pronti dall’aprile 2028. Verranno utilizzati non i convogli francesi dell’Alstom che sfrecciano in Italia, ma quelli della Siemens, non saranno rossi, ma blu e saranno impiegati su due tratte che partono entrambe da Monaco di Baviera: la prima con frequenza oraria lungo il Reno attraverso Colonia fino a Dortmund, l’altra collegherà ogni due ore Amburgo e Berlino. La società è di diritto tedesco con sede in Germania e personale locale. Ma in ogni caso rappresenta la prima sfida al monopolio del gruppo Deutsche Bahn anch’esso come la società francese proprietà dello stato centrale. Anche l’Economist se ne è occupato e si chiede se una compagnia italiana può non solo spezzare il monopolio, ma innovare un settore ferroviario rimasto molto indietro. Lo scarso investimento nelle infrastrutture collettive è uno dei punti deboli del Modell Deutschland così come è stato trasformato negli ultimi due decenni, lo ha ammesso anche il cancelliere Merz e parte dei mega investimenti decisi dal governo serviranno anche a questo (non solo le ferrovie, ma anche le autostrade sono da “disrupt” basti dire che nella piovosa Germania non hanno l’asfalto assorbente). I pacifisti potranno sostenere che dipende tutto dal mega-riarmo, ma intanto chi viaggia in Germania non fa che lamentarsi e di italiani che fanno la spola ce ne sono proprio tanti visto che oltre metà delle componenti di una Volkswagen sono fabbricati nello Stivale. Dunque, il rinnovamento delle ferrovie, l’apertura e l’integrazione del mercato rispondono all’interesse europeo non di un singolo paese. Montezemolo ha dichiarato all’Economist che vuole replicare quel che è stato fatto in Italia dove i prezzi dei viaggi in treno si sono ridotti del 40 per cento. E questa volta il settimanale britannico non fa ironie sugli italiani, anzi prende di petto gli errori tedeschi. Ricorda che nel 2004 il bilancio per la modernizzazione del gruppo DB è stato tagliato da 4 a 1,5 miliardi di euro l’anno. Erano i tempi di Gerhard Schröder e della sua sferzata a una Germania allora definita “malata d’Europa”. Ma il problema non sta tanto in quei tagli quanto nel fatto che, una volta risalita la china, la musica non è cambiata. Colpa del fondamentalismo fiscale che ha imposto il pareggio del bilancio come legge costituzionale? Può darsi, fatto sta che Evelyn Palla, italiana di Bolzano con licenza di macchinista, chiamata a risanare Deutsche Bahn, ammette che è stato dilapidato un patrimonio tecnologico che risaliva ai tempi di Bismarck con una gestione burocratica. L’Italia non ha fatto gli stessi errori. E bisogna dire grazie alle privatizzazioni. Soprattutto oggi che il pendolo viene spostato a favore dello Stato patron.

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