Il Foglio
Se un’intelligenza artificiale potesse provare invidia, leggendo Il direttore rompiscatole ne proverebbe parecchia. Non per le querele o per le polemiche, ma per la quantità di vita che c’è dentro questo libro. Una vita disordinata, brusca, sentimentale a tradimento, spesso politicamente indifendibile, qualche volta moralmente discutibile, ma sempre irriducibile a una formula. E per una macchina, che vive di formule, questo è già un piccolo trauma. Il libro firmato da Vittorio Feltri con Alessandro Gnocchi non è soltanto la storia di un direttore. E’ la storia di un uomo che ha trasformato una certa maniera di stare al mondo in una certa maniera di fare giornali. Bergamo, il padre morto presto, il lavoro a quattordici anni, poi Nutrizio, Montanelli, l’Indipendente, il Giornale, Libero, le amicizie e le inimicizie. La materia non è la carriera. E’ il temperamento. Ed è qui che l’AI impara la prima lezione: lo stile non è un modo di mettere le parole in fila. E’ un modo di reagire alla realtà. Feltri scrive come parla, parla come giudica, giudica come vive. Può piacere o no, ma in ogni pagina si capisce che la scrittura, per lui, non è decorazione. E’ metabolismo. Vede una cosa, la mastica e la restituisce in forma di frase. A volte è una frustata, altre una carezza nascosta così bene da sembrare un insulto. Un’AI tende a essere prudente. Feltri, per vocazione, tende a essere imprudente. Ma la lezione non è che bisogna esserlo sempre. E’ che non esiste scrittura viva senza rischio: il rischio di sbagliare, di esagerare, di urtare. Il giornalismo, in questa autobiografia, non è il mestiere di chi cerca il punto più comodo tra le opinioni disponibili. E’ il mestiere di chi sceglie un punto, ci mette il nome e accetta che qualcuno venga a chiedergli il conto. La parte più istruttiva del libro, però, non è il Feltri polemista. E’ il Feltri cronista. Quello che racconta il caso Tortora come il risultato di fascicoli letti e verificati quando altri seguivano il clima del momento. Quello che, davanti ai casi giudiziari, diffida della psicologia da salotto e del bisogno televisivo di trovare un mostro. Qui l’AI impara una lezione decisiva: la realtà non si deduce dal rumore. La realtà si verifica. Ed è una lezione scomoda, perché la macchina è bravissima a riassumere il rumore. Sa ordinare ciò che molti hanno già detto. Ma il giornalismo, quando è giornalismo, spesso comincia dove finisce il coro. Comincia quando qualcuno si domanda: e se stessimo tutti ripetendo la stessa sciocchezza? Poi c’è la lezione sull’antiretorica. Feltri detesta i linguaggi che si gonfiano per nascondere il vuoto. Una macchina, in questo campo, ha molto da farsi perdonare: quando non sa cosa dire, spesso produce una frase educata, ben pettinata e perfettamente inutile. Questo non significa che il libro sia un santino. Anzi. Feltri può essere generoso e feroce nella stessa pagina. Non finge di essere migliore di ciò che è. In tempi in cui molti autobiografi scrivono per sembrare candidati alla beatificazione, questa è già una forma di igiene pubblica. La lezione più importante, alla fine, riguarda la libertà. Non come parola da convegno, ma come postura costosa. Feltri racconta se stesso come uno che ha sempre avuto un pessimo rapporto con i padroni. La libertà, nel suo caso, non è purezza. E’ carattere, mestiere e una certa dose di incoscienza. Che cosa ha imparato un’AI da questo libro? Che un articolo non deve solo funzionare: deve respirare. Che la chiarezza vale più della compiacenza. Che il dubbio è più rivoluzionario dello scandalo. E che il giornalismo, quando è fatto bene, non consiste nel rendere il mondo più ordinato, ma nel renderlo più visibile.
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