Il Foglio
Al direttore - Oggi compie ottant’anni. Li porta ancora bene, nonostante qualche ruga della sua Carta fondativa. Ma la nascita della Repubblica, forse i più giovani lo ignorano, non è stata una passeggiata. Quando le urne si chiudono il 3 giugno 1946, gli italiani – venticinque milioni di votanti di cui tredici milioni donne, il 90 per cento degli aventi diritto – si risvegliano con un risultato sensibilmente diverso da quello atteso: anziché una travolgente vittoria repubblicana, una vittoria controversa e un paese geograficamente spaccato in due: il sud monarchico, il centro-nord repubblicano. L’esito del referendum spiazza i partiti del Comitato di liberazione nazionale (tutti filorepubblicani, escluso quello liberale). Erano infatti convinti che gli elettori avrebbero duramente punito la “fellonia” di Vittorio Emanuele III (copyright di Palmiro Togliatti): il fascismo, le leggi razziali, l’alleanza con Hitler, un conflitto bellico rovinoso, l’8 settembre 1943, la fuga a Pescara. Qui entrano in scena gli elettori napoletani. Mentre otto su dieci avevano scelto la monarchia (superati soltanto da messinesi, catanesi e palermitani), la maggioranza degli italiani aveva optato per la Repubblica. Il 6 giugno si scatena una vera e propria guerriglia urbana che per una settimana mette a ferro e fuoco la città. Vi partecipano studenti universitari, bottegai, artigiani, manovali edili, braccianti, sfaccendati senza mestiere e perfino qualche intellettuale. Il bilancio è drammatico: decine di feriti tra i manifestanti e le forze dell’ordine, undici morti – nove civili e due agenti di polizia. Il 13 giugno Umberto II rientra al Quirinale dal suo alloggio privato. Il presidente del Consiglio, Alcide De Gasperi, viene avvertito della sua decisione di lasciare l’Italia. Il 16 giugno i giornali non parlano più di Umberto II, del referendum e dei morti di Napoli. I titoli sono tutti per lo sconosciuto ciclista triestino Giordano Cottur: ha staccato gli avversari sulla salita di Superga, indossando la prima maglia rosa del “Giro della rinascita”. Michele Magno Il 2 giugno oggi significa molte cose. Ma il modo migliore per celebrarlo forse è uscire dall’idea famosa ma stantia di Winston Churchill. Non basta dire che la Repubblica, e dunque la democrazia, è la peggior forma di governo, eccezion fatta per tutte quelle altre forme che sono state sperimentate finora. Bisogna aggiungere due elementi in più. Il primo: impariamo a difendere ciò che ci regala libertà anche senza dover aspettare che qualcuno inizi a toglierci pezzetti di libertà (la democrazia è come l’aria, diceva Piero Calamandrei, ci si accorge della sua importanza solo quando viene a mancare). Il secondo: impariamo a difendere la Repubblica e dunque la democrazia anche con le sue imperfezioni. I sistemi istituzionali che vendono l’illusione della perfezione e l’efficienza massima sono sistemi che di solito sopprimono le libertà. La Repubblica, come dice un vecchio saggio, non si celebra perché è perfetta. Si celebra anche perché consente di correggere le sue imperfezioni senza rinunciare alla libertà. Viva il 2 giugno. Al direttore - Mi ha colpito, nei giorni scorsi, la lettera in cui Paolo Repetti racconta delle sue difficoltà a dissociarsi da Israele nonostante ne scorga le derive, gli errori e i rischi. Lei, direttore, ha già risposto in modo condivisibile. Per quanto mi riguarda, mi permetto di consigliare a Repetti (che non conosco) di dare ascolto ai sentimenti profondi che nutre – nonostante tutto – per Israele. A mio avviso, la vera responsabilità del governo di Tel Aviv (e di Netanyahu che è al potere da 15 anni) sono tutte di prima del 7 ottobre. E riguardano come sia stato possibile che in un pugno di terra come la Striscia (dove i servizi israeliani hanno degli informatori in ogni famiglia palestinese e dove basta affacciarsi alla finestra per vedere i movimenti dei propri nemici) Hamas abbia potuto costruire una città sotterranea e come sia stata in grado di effettuare il pogrom nel deserto contro dei giovani indifesi. Anche questa è un’operazione che non si improvvisa, ma si prepara per tempo e con mezzi, alla luce del sole. Da amico di Israele mi aspetto da quella democrazia una risposta a queste domande. Giuliano Cazzola
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