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Un artista non impegnato è artista lo stesso. Viva il nostro Principe
Il Foglio

Un artista non impegnato è artista lo stesso. Viva il nostro Principe

Al direttore - I soliti sansepolcristi rimproverano a Francesco De Gregori di non avere coraggio. Sbagliano: ne occorre tanto di più per non schierarsi con le pagliacciate pro Pal. Giuliano Cazzola Attenzione però. De Gregori non si schiera contro le pagliacciate pro Pal. Dice una cosa più dolce e sofisticata: è una pagliacciata sentirsi in dovere di far sapere a tutti quali sono le proprie idee politiche, come se un artista non impegnato fosse un po’ meno artista degli altri. Viva il nostro amato Principe. Al direttore - Il rapporto annuale Istat consegna l’ennesima fotografia di un divario di genere che non è più un incidente di percorso ma una struttura stabile del paese. Al di là della retorica, i numeri raccontano una distanza ormai normalizzata. Il 10 maggio è stata la Festa della mamma che, in questo contesto, è perfetta: un giorno di celebrazione obbligatoria e trecentosessantaquattro di rimozione accurata. L’Italia ama le madri. Non ama ciò che le rende possibili. I numeri rovinano la narrazione. Nel 2023 l’occupazione femminile era al 52,5 per cento, contro il 70,4 per cento maschile. Nel 2026 è al 53,8 contro il 71,2. Mezzo punto in due anni. Parità tra settant’anni, sempre che non ci distraiamo. Ma il punto non è solo la lentezza. E’ la geometria. Perché la maternità penalizza il lavoro, mentre la paternità lo premia. Lavora il 69,3 per cento delle donne single, il 62,9 delle madri sole, il 57,2 delle madri in coppia. Gli uomini fanno l’inverso: i padri in coppia arrivano all’86,3 per cento. La stessa società, due destini opposti. Non è un’anomalia. E’ il modello. Il 68,9 per cento del lavoro di cura è femminile. Nel sud supera il 76. Traduzione: il sistema Italia si regge su un lavoro invisibile già prima del mercato del lavoro. E allora il punto non è perché le donne lavorino meno. E’ perché le madri fanno anche tutto il resto. Gli stereotipi non nascono nei consigli di amministrazione. Nascono molto prima: nelle famiglie, nelle scuole, nel linguaggio che considera la cura un’inclinazione femminile e non un lavoro. Le madri non sono escluse. Sono occupate altrove. Ed è qui la cosa più scomoda: si moltiplicano strumenti senza modificare questa realtà. Lo stato risponde come sempre: guarda agli effetti e produce moduli. Quote, certificazioni, organismi di parità, bilanci di genere, salari pubblicati, educazione finanziaria per sole donne. Il problema non si risolve; le donne diventano un target da rafforzare, supportare, educare al lavoro. E la disuguaglianza, perfettamente certificata, può finalmente dirsi ben governata. Peccato che risorse pubbliche non trascurabili sarebbero forse più utili se destinate alla radice del problema: educazione, famiglia, welfare, libertà di scelta delle donne anche durante la maternità. Lo smart working, per esempio, potrebbe essere un’alternativa reale, non la caricatura del “giorno da casa”. E invece il paradosso italiano diventa perfetto: si parla di patriarcato in una società in cui i padri sono spesso marginali proprio nella cura. Un patriarcato senza padri. Ma con madri molto presenti. Troppo. E senza tempo. Perché il vero lusso non è il reddito. E’ il tempo. Non stupisce il part time femminile al 30 per cento, contro l’8 maschile. Né che nella maggioranza dei casi sia legato alla cura dei figli. Non sempre scelta: spesso unica soluzione ragionevole. Poi arrivano i dati sulla violenza. Gli omicidi maschili calano. Quelli femminili restano. E una quota significativa resta dentro la famiglia. Non è emergenza. E’ permanenza. Le indagini Istat mostrano che tra i più giovani è ancora diffusa l’idea che controllare il cellulare della partner sia normale e che “ogni tanto scappi uno schiaffo”, specie per gelosia. Il punto non è celebrare le madri. E’ ammettere che un paese che si regge su di loro senza dirlo non ha risolto il gender gap. Lo ha nascosto. Non è un paese contro le donne. E’ un paese che funziona grazie alle donne e finge di non saperlo. E poi si stupisce quando il sistema presenta il conto. Erminia Giorno

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