Il Foglio
Lo stallo nei negoziati in medio oriente, con frasi continuamente fatte filtrare e smentite poco dopo, sembra senza fine. Ma ogni giorno che passa aumenta il conto economico e politico per il presidente americano Donald Trump: dai distributori di carburanti americani, dove la benzina è ormai oltre i 4,3 dollari con diversi stati sopra la soglia politicamente critica dei 5 dollari – era sotto i 3 dollari prima del conflitto –, fino al voto di novembre per le elezioni di metà mandato. Il nervosismo di Trump – percepibile dal suo profilo su Truth e dai continui messaggi – è emblematico. Sono mesi che dalla Casa Bianca si cerca di far passare il messaggio che tutto sia vicino al punto d’arrivo, che il negoziato sia prossimo alla conclusione. “Sarà grande e significativo, oppure non ci sarà affatto”, ha avvertito poco più di dieci giorni fa Trump. “Sarà l’esatto opposto del disastro del Jcpoa”, l’accordo sul nucleare iraniano firmato nel 2015 da Obama. Ma per ora sono stati infatti più gli annunci che i risultati. Il 25 maggio il segretario di stato Marco Rubio aveva detto che “un accordo con l’Iran era possibile già oggi”, tanto per fare un esempio. Così la narrazione della Casa Bianca è passata in pochi giorni da video montati lunghi un’ora, dove a ripetersi era la singola parola “winning, winning, winning”, al post di lunedì sera del presidente americano su Truth: “Sit back and relax – Rilassatevi e state tranquilli, alla fine andrà tutto per il meglio, come succede sempre”. Un tentativo di rassicurare e “ancorare” le aspettative sugli esiti delle trattative, mentre il conto di Hormuz – il braccio di mare tra Iran e Oman da cui passa(va) circa l’equivalente di un quinto dei consumi petroliferi mondiali, ormai chiuso o quasi dal 28 febbraio – pesa sempre di più. A muovere il prezzo del greggio, per ora, è stata proprio l’aspettativa sull’esito dell’accordo: tra il 19 e il 26 maggio, quando le trattative sembravano destinate ad andare in porto, il Brent è sceso da 111 dollari a 92,5 dollari, mentre nella giornata di ieri si aggirava intorno ai 95, in leggera risalita. Non che il prezzo sia in assoluto ai massimi, ma il Brent risente fortemente dell’offerta globale di petrolio e quest’ultimo rincaro energetico ha riacceso l’inflazione americana: l’indice dei prezzi delle spese per consumi personali, seguito dalla Fed, è salito ad aprile al 3,8 per cento sull’anno, mentre al netto di energia e alimentare, il core è salito del 3,3 per cento. Sul piano politico il conto è altrettanto salato: un modello di proiezione dell’Economist afferma che i democratici hanno nove possibilità su dieci di vincere il controllo della House of Representatives, mentre il Senato appare ancora in bilico. Sempre secondo i dati raccolti dall’Economist, l’approvazione netta degli americani per Trump sulla gestione dell’inflazione è al punto più basso dall’inizio del mandato. Mark Zandi, capo economista di Moody’s Analytics, ha stimato il primo giugno che la guerra sia già costata alle famiglie americane circa 100 miliardi di dollari, quasi 750 dollari per nucleo, tra spese militari non previste in bilancio e rincari dell’energia. Di conseguenza, il costo dell’attesa dell’accordo diventa sempre più alto, e ogni raid o ogni allargamento del conflitto non può che rendere ancora più caro il conto per Trump. “Sit back and relax” non basterà di certo da solo a fermare la benzina nelle urne di novembre.
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