Il Foglio
Sono state necessarie due interviste quasi in simultanea per mostrare che fra Donald Trump e Benjamin Netanyahu la lite c’è stata, ma l’allineamento rimane. Chi abbia costruito la strategia dei messaggi da parte del presidente americano e del primo ministro israeliano non si sa, ma di fronte alla Repubblica islamica dell’Iran che continua a proclamare la propria vittoria, di fronte agli obiettivi che sfuggono, agli accordi che svaniscono, i due leader hanno confermato che combattono fianco a fianco. Trump ha detto di più: ha rivendicato che la guerra contro Teheran è sua . Per il presidente americano l’intesa con Teheran rimane questione di giorni e ha avanzato l’idea di incontrare la Guida suprema Mojtaba Khamenei. Nulla si muove, se non le dichiarazioni, e per scuotere l’immobilità si ricomincia a sparare. Teheran ha lanciato attacchi contro il Kuwait e il Bahrein e gli Stati Uniti hanno preso di mira alcune stazioni di controllo sull’isola di Qeshm . Tempo fa Trump aveva definito questi scambi di colpi “schermaglie”, ieri avevano l’aria di qualcosa di più serio: l’aeroporto del Kuwait è stato chiuso dopo che l’attacco ha causato un morto e decine di feriti. Non sempre si negozia con le armi in silenzio e lo stesso principio vale per il Libano: a Washington sono andati avanti i colloqui fra Beirut e Gerusalemme.
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