Il Foglio
Quando l’Iran ha accusato Washington di aver colpito una petroliera iraniana vicino allo Stretto di Hormuz con un proiettile aereo, nella notte di martedì, danneggiando la sala macchine, ha parlato di una “violazione delle norme dello Stretto”. Le norme a cui si riferisce il regime di Teheran da ormai tre mesi sono il blocco del traffico marittimo, la minaccia di utilizzare mine e tagliare cavi sottomarini e l’imposizione di pedaggi in criptovalute per il transito attraverso lo stretto con un piano di assicurazione marittima chiamato “Hormuz Safe” che, secondo l’agenzia di stampa iraniana Fars, potrebbe generare 10 miliardi di dollari all’anno da indirizzare alle casse del regime. Se nelle ultime settimane nessuna compagnia occidentale ha dichiarato pubblicamente di aver effettuato pagamenti all’Iran, sempre più aziende e paesi stanno prendendo in considerazione la prospettiva di una tassa di transito per far ripartire il commercio marittimo. Secondo le stime dell’Organizzazione marittima internazionale (Imo) sono circa 1.600 le navi e 20.000 i marittimi che si trovano bloccati sulla sponda sbagliata dello Stretto di Hormuz senza possibilità di partire, mentre da febbraio le navi indiane, irachene, pachistane e cinesi (la maggior parte petroliere) hanno richiesto il transito sicuro alle autorità iraniane attraverso lo Stretto. Secondo l’Autorità dello Stretto del Golfo Persico, un ente creato da Teheran appositamente per riscuotere i pedaggi e sanzionato la scorsa settimana dal dipartimento del Tesoro degli Stati Uniti, sarebbero almeno trecento le navi a cui è stato consentito un passaggio “sicuro”. Ieri il segretario di stato americano Marco Rubio ha detto alla commissione Esteri della Camera che l’Iran “deve annunciare in modo molto chiaro che lo Stretto di Hormuz è ora aperto”, ma Teheran si era preparata da tempo, anche attraverso esercitazioni navali, a imporre un “controllo intelligente dello Stretto di Hormuz”. Per questo anche paesi come il Qatar negli scorsi giorni hanno iniziato a parlare dell’ipotesi di pagamenti per sbloccare lo stallo: il viceprimo ministro qatarino, Sheikh Saoud bin Abdulrahman Al Thani, ha detto che nonostante si opponga all’introduzione di tariffe permanenti, un pedaggio temporaneo potrebbe essere “negoziabile”, mentre il magnate greco del settore navale, Evangelos Marinakis, ha detto che sarebbe disposto a pagare pedaggi al regime di Teheran, perché “potrebbe ripagare tutti i danni subiti finora”. Secondo una ricostruzione del New York Times, Trump era consapevole del rischio di Hormuz sin dal suo primo mandato, e nelle discussioni su una guerra all’Iran lo Stretto è sempre stato un motivo di discussione. Ora un sistema di pedaggi potrebbe essere un vantaggio per le casse del regime, e anche per questo gli Stati Uniti negli scorsi giorni hanno avvertito l’Oman di non farsi coinvolgere direttamente o indirettamente in alcun tentativo di imporre un pedaggio nello Stretto. Oltre ai pedaggi, la seconda minaccia è rappresentata dalle mine navali, che secondo Rubio sono presenti in “ampi tratti” di Hormuz e la loro presenza è più diffusa di quanto si pensasse in precedenza. Ieri l’alto rappresentante dell’Unione europea, Kaja Kallas, ha proposto che all’operazione di sicurezza marittima Aspides “venga affidato il ruolo principale nelle operazioni di sminamento nello Stretto di Hormuz”, quale contributo dell’Ue agli sforzi della coalizione ad hoc franco-britannica e “segnale politico”. In caso di “accordo”, l’attuazione della missione potrebbe richiedere 4-6 settimane. Le forze del Comando centrale americano hanno annunciato con una nota che dall’imposizione del blocco-del-blocco di Hormuz da parte degli Stati Uniti, sono state dirottate 125 navi mercantili, sei sono state messe fuori uso.
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