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Le bollette italiane sono care, ma non sono le più care d’Europa
Il Foglio

Le bollette italiane sono care, ma non sono le più care d’Europa

Da oggi non è più colpa dell’Unione europea, la quale ha concesso al governo italiano flessibilità nella gestione della crisi energetica, non solo per proteggere famiglie e imprese, ma soprattutto per investire in fonti rinnovabili. Ci sono in ballo 14 miliardi di euro; Giancarlo Giorgetti è soddisfatto e aspetta di capire con esattezza i limiti di utilizzo per fare proposte mirate. Ma se non si può più attaccare (non come prima) Bruxelles, perché l’Italia ha le bollette più care d’Europa? E se la Ue ci consente di spendere ancor più in rinnovabili, perché restano bloccati progetti per 150 gigawatt? Confusion de confusiones, a cominciare dai dati. Tutti si basano su quelli forniti da Eurostat, ma ognuno li legge con occhiali diversi. L’amministratore delegato dell’Enel Flavio Cattaneo ha smentito più volte il luogo comune che le bollette italiane siano le peggiori. Appena una settimana fa, invece, il presidente della Confindustria Emanuele Orsini ha ribadito il record negativo. Mentre venerdì 29 maggio è tornato sul caro energia anche il governatore della Banca d’Italia Fabio Panetta. Ha detto Cattaneo: “L’Italia non ha nessun record di bollette più care d’Europa. Germania, Irlanda e Belgio sono più cari di noi. La verità è che secondo Eurostat nel 2025 la spesa mensile di una famiglia italiana è stata superiore di due euro rispetto alla media dell’area euro pari a 57 euro ”. Dunque siamo vittime di un abbaglio o della solita propaganda populista? Se il cliente domestico italiano nel 2025 ha speso in media 59 euro al mese con consumi di 2 megawattora l’anno, lo spagnolo ha pagato 54 euro, il francese 51; più tartassato è l’utente tedesco con 73 euro. Come spiegare queste differenze? Le imposte cambiano di poco (il 25 per cento in Italia con un massimo del 31 per cento in Germania). Il costo della materia prima, invece, incide più in Italia : il 58 per cento rispetto al 37 per cento tedesco al 39 per cento francese e spagnolo. Il vantaggio italiano è nella rete distributiva che risulta più efficiente: 17 per cento contro il 32 per cento in Germania, il 33 per cento in Francia e il 30 per cento in Spagna. Allora perché la Confindustria insiste? Perché si basa sul prezzo medio alle imprese le quali lo scorso anno hanno pagato 278 euro per megawattora rispetto a 242 della Germania, 183 della Francia e 171 della Spagna . In tal caso, è determinante il mix energetico: là dove si usano più fonti rinnovabili i costi sono inferiori, lo dice Cattaneo, lo ammette Orsini e lo sottolinea Panetta. Tutti d’accordo sul principio e allora quei 150 gigawatt? Beghe locali, rigidità ideologiche, proteste sociali, inefficienza amministrativa? C’è forse un’occulta manovra politica come insinua il complottismo ambientalista? Eppure anche il piano energetico approvato dal governo parla esplicitamente di aumentare le rinnovabili. In Sardegna sono bloccate oltre 600 richieste, in Puglia ben 700 attendono l’autorizzazione, la Sicilia ha più potenza assegnata dell’obiettivo fissato, ma manca la rete. Anche la Calabria possiede un parco consistente, eppure va a rilento . Il solito impossibile Mezzogiorno? No, la Toscana è la più lontana dal traguardo del 2030 insieme a Sardegna e Calabria. Nel suo approfondimento la Banca d’Italia scrive che “nel complesso dell’Unione europea la transizione verso le fonti rinnovabili è stata più marcata che in Italia: la loro quota è passata dal 22 per cento nel 2010 al 48 nel 2025, a discapito del gas naturale (da 20 a 17) e, soprattutto, del carbone (da 24 a 9). Il peso dell’energia nucleare resta considerevole (24 per cento) nonostante la sua dismissione in Germania”. L’Italia non è ferma, ma è lenta : la quota delle rinnovabili è salita dal 23 al 41 per cento, rimpiazzando principalmente il carbone la cui percentuale nella generazione elettrica è passata dal 12 all’1 per cento, e in misura minore il gas naturale, che incide ancora per il 40 per cento. E’ sempre rimasto rilevante il ruolo delle importazioni nette di elettricità, che nel 2025 coprivano quasi un sesto del consumo. La capacità produttiva di elettricità da rinnovabili è aumentata, passando da circa 18 gigawatt nel 2000 a quasi 82 nel 2025”. Tuttavia, “l’attuale flusso di nuove installazioni risulta insufficiente a raggiungere gli obiettivi fissati nel Piano nazionale integrato; se si mantenesse un flusso analogo, nel 2030 la capacità arriverebbe ad assicurare meno del 55 per cento del consumo previsto di elettricità, a fronte del 63 indicato nel piano”. Prima ancora di spendere altri miliardi, dunque, bisogna mettere a frutto quelli già impiegati, una prova di serietà che spetta alla politica .

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