Il Foglio
Pochi giorni fa, discutendo con Gilberto Corbellini del nostro libro appena pubblicato, è tornato fuori un argomento ricorrente che merita di essere un po’ approfondito. Nella storia della scienza idee oggi ovvie sono state accolte con resistenza, ironia, diffidenza, talvolta con ostilità aperta, fino al punto che quelle idee sono state inizialmente bollate come pseudoscienza da parte della comunità scientifica. La teoria dei germi, legata ai lavori di Pasteur e poi alla dimostrazione causale più stringente di Koch, dovette attraversare un mondo medico ancora dominato da spiegazioni fondate sui miasmi e su un’idea vaga e ambientale della malattia. Un secolo dopo, Barry Marshall e Robin Warren dovettero imporre contro il paradigma dominante l’idea che molte ulcere peptiche dipendessero da un’infezione cronica da Helicobacter pylori, in un contesto in cui l’ulcera veniva spiegata soprattutto attraverso acidità gastrica, stress, fumo, predisposizione individuale. La lezione storica esiste, e sarebbe sciocco ignorarla: la comunità scientifica può essere conservatrice, può difendere troppo a lungo una spiegazione comoda , può impiegare anni per assorbire un fatto che riorganizza un intero campo – così che, come ricordava Gilberto, si potrebbe dire che la scienza avanza a forza di funerali, quando cioè una nuova generazione di scienziati non è più troppo ancorata ad idee passate. Da questa constatazione nasce però una delle fallacie più abusate dalle pseudoscienze contemporanee. Chi sostiene terapie prive di plausibilità, di effetto riproducibile e di un programma sperimentale progressivo prende l’esempio di Pasteur, di Semmelweis, di Marshall e Warren, e lo trasforma in una scorciatoia retorica: anche loro furono respinti, dunque il rifiuto della comunità scientifica sarebbe il segno preliminare di una grande verità futura. Il ragionamento funziona solo se si cancella ciò che rese quelle teorie scientifiche anche quando erano minoritarie. Le ipotesi innovative che hanno cambiato la medicina o la scienza in generale hanno accettato il rischio della prova, hanno prodotto previsioni testabili, hanno costretto a formulare esperimenti capaci di smentirle (e non solo di confermarle), hanno generato terapie o procedure diagnostiche con esiti misurabili su base statistica e in cieco. Il destino inizialmente difficile di un’idea appartiene alla sociologia della scienza, mentre il suo valore appartiene all’epistemologia, cioè al modo in cui l’idea si espone ai fatti, si modifica davanti ai risultati, conquista potere esplicativo rispetto alle alternative. Il caso di Helicobacter pylori chiarisce bene la differenza. Warren osservò batteri spiraliformi associati alla mucosa gastrica infiammata; Marshall cercò di coltivarli, collegò la loro presenza a gastrite e ulcera, arrivò all’autoesperimento per mostrare che il batterio poteva infettare uno stomaco sano e provocare gastrite, poi la teoria entrò nel terreno decisivo della prova clinica: se l’infezione era causa rilevante della malattia, l’eradicazione antibiotica avrebbe dovuto cambiare la storia naturale dell’ulcera, riducendo le recidive in modo stabile. La nuova ipotesi non si limitò a dire che gli esperti avevano torto e che difendevano lo status quo per interesse. Anche la teoria dei germi non avanzò come rivendicazione identitaria di una minoranza incompresa. La sua forza derivò dalla microscopia, dalle colture, dall’inoculazione sperimentale, dalla dimostrazione che un certo microrganismo era associato a una certa malattia e che, in condizioni controllate, poteva riprodurne gli effetti. La teoria modificò pratiche chirurgiche, igiene, profilassi, vaccinazione, allevamento, industria alimentare. Entrò nei laboratori, nei reparti, nei regolamenti sanitari, nei risultati di sopravvivenza. Una spiegazione scientifica nuova si riconosce anche da questo: restringe il campo delle possibilità, rende alcune osservazioni attese e altre imbarazzanti, obbliga chi la propone a dire in anticipo che cosa dovrebbe accadere se fosse vera – soprattutto lo obbliga a dirlo in un modo che non prevede riaggiustamenti confirmatori, a fronte di un fallimento. La pseudoscienza usa invece la persecuzione come surrogato della prova. L’argomento del precursore respinto sostituisce una verifica con un classico bias emotivo, associato alla figura dell’eroe. Poiché alcune idee vere furono osteggiate, ogni idea osteggiata pretende un credito anticipato. Il trucco sta nel confondere una condizione accidentale e storica con una proprietà discriminante. Anche molte idee false sono state respinte – anzi sono state respinte molte più idee false che idee vere, da quando abbiamo la scienza moderna. E così sono state respinte idee confuse, sterili e perfino pericolose. La critica iniziale accomuna le ipotesi destinate a diventare scienza, con fantasie destinate a scomparire e con dottrine destinate a sopravvivere solo come credenze identitarie, di valore sociale per una determinata tribù. In ogni caso, possiamo persino all’inizio identificare con certezza alcuni tipi di ipotesi e di formulazioni che scienza non sono, e per le quali possiamo senza tema di abuso usare il termine di pseudoscienza. Un primo metro consiste nel chiedere quale osservazione costringerebbe i sostenitori di una teoria ad abbandonarla o a modificarla in modo sostanziale. Una teoria scientifica può essere tenace, può difendere un nucleo concettuale, può discutere i dettagli di un esperimento, ma deve prevedere esiti incompatibili con sé stessa. Se qualunque risultato viene assorbito attraverso spiegazioni ausiliarie, eccezioni personali, condizioni non misurate, energie non definite, errori imputati sempre al protocollo e mai alla teoria, il sistema ha smesso di esporsi alla realtà. Un sostenitore dell’omeopatia non accetterà mai un qualsivoglia numero di risultati sperimentali negativi, e non accetterà nemmeno di stabilire una soglia oltre la quale cambiare eventualmente idea. Un secondo criterio riguarda la specificità. Una buona ipotesi scientifica, anche quando nasce incompleta, produce vincoli. Indica un agente, un meccanismo, un bersaglio, una relazione fra dose ed effetto, un tempo d’azione, una popolazione in cui l’effetto dovrebbe comparire con maggiore probabilità. Quando questi vincoli mancano, la teoria conserva libertà totale proprio dove dovrebbe perdere libertà. In medicina questo punto è decisivo, perché un trattamento deve mostrare effetti su endpoint definiti, in condizioni definite, rispetto a controlli adeguati. La variabilità biologica esiste, la medicina personalizzata è reale, le risposte individuali differiscono; tutto questo aumenta la qualità richiesta ai disegni sperimentali, anziché autorizzare racconti immunizzati alla verifica. Il terzo criterio è il rapporto con le conoscenze consolidate. La scienza non vieta ipotesi che contraddicono un quadro esistente. Ogni grande avanzamento rompe qualche aspettativa. La rottura però aumenta l’onere della prova. Se una teoria pretende di agire in contrasto con chimica, farmacologia, fisiologia e fisica molecolare, deve portare prove proporzionate alla frattura che introduce. Nel caso dell’omeopatia, per tornare a un esempio classico di pseudoscienza, il punto non riguarda una generica antipatia della medicina accademica verso il nuovo – anzi, con il numero di medici omeopati che ci sono, si direbbe piuttosto il contrario. La dottrina sostiene che una sostanza capace di produrre sintomi in un sano possa curare sintomi simili nel malato e che diluizioni successive, accompagnate da succussione, aumentino l’efficacia anche quando nel preparato non resta più una quantità chimicamente plausibile della sostanza iniziale. Una simile affermazione chiede due livelli di prova: la prova (non solo l’invenzione) di un meccanismo fisico-chimico capace di spiegare come venga conservata e trasmessa un’informazione farmacologica senza molecole , e un effetto clinico robusto, riproducibile, superiore al placebo – cioè che mostri fenomeni non spiegabili con vie ben conosciute capaci di diminuire dolore, ansia e percezione di malattia per effetto placebo. Dopo due secoli, l’omeopatia non ha prodotto né l’uno né l’altro in modo convincente. Il quarto metro è la progressività. Una teoria scientifica feconda apre problemi nuovi e ne risolve alcuni vecchi. Genera strumenti, classificazioni, previsioni, misure, revisioni interne. La storia di Helicobacter pylori riorganizzò gastrite, ulcera, recidiva, terapia antibiotica, rischio oncologico, diagnostica. La teoria dei germi produsse una nuova medicina delle cause, dei vettori, delle colture, dell’asepsi, della prevenzione. Le pseudoscienze mostrano un tratto opposto: conservano il vocabolario originario, reinterpretano ogni insuccesso come applicazione imperfetta, cercano legittimazione in studi piccoli, fragili, eterogenei, spesso incompatibili tra loro, e restano dipendenti da conferme marginali mentre ignorano il bilancio complessivo delle prove migliori. Una disciplina scientifica cresce anche attraverso le proprie sconfitte. Una pseudoscienza si organizza per renderle irrilevanti . Nella pseudoscienza, come ho avuto modo di dire, non si procede nemmeno dopo i funerali. Pertanto, chi legge può usare alcune domande semplici, più efficaci di molte etichette, per decidere che qualcuno sta raccontando balle oppure per sospendere il giudizio, in caso non si sia un tecnico del settore. Quale risultato farebbe cambiare idea ai sostenitori? La teoria ha previsto qualcosa prima che fosse osservato, oppure ha soltanto reinterpretato dopo ogni risultato disponibile? Ha prodotto misure indipendenti, strumenti diagnostici, trattamenti con endpoint chiari? Ha accettato correzioni sostanziali davanti a prove negative? Spiega più e meglio delle alternative già disponibili? Chiede di sospendere principi solidissimi della chimica o della biologia senza fornire una prova proporzionata? La comunità che la sostiene cerca i dati contrari con la stessa energia con cui esibisce quelli favorevoli? Queste domande non garantiscono infallibilità. Nessun criterio meccanico può sostituire il giudizio competente su dati, metodi e contesto. Proteggono però da un abuso ricorrente: trasformare ogni bocciatura scientifica in un certificato di futura grandezza.
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