Il Foglio
Avere un’altezza di 188 centimetri ti consente, nella vita di tutti i giorni, di camminare per strada e guardare quello che c’è intorno a te da una prospettiva diversa rispetto alla maggior parte delle persone che ti stanno vicino. Persone che, per parlare con te, hanno bisogno di portare il mento in alto. Nella pallacanestro accade la stessa cosa, con un’unica differenza: stavolta sei tu a dover alzare la testa per guardare in faccia un compagno di squadra o un avversario. Lo sa bene Jalen Brunson che è alto proprio 188 centimetri e che questa notte ha dovuto affrontare Victor Wembanyama , che di centimetri ne ha 224. Questa notte, entrambi hanno fatto il loro debutto in una Finale Nba, ma il francese degli Spurs ha chiuso la partita con 6 su 21 al tiro, mentre il capitano dei Knicks, segnando 30 punti, ha ancora una volta trascinato New York alla vittoria, la dodicesima di fila in questa post season , stavolta in gara uno contro San Antonio per 105 a 95. Gli Spurs in realtà sono stati sopra per quasi tutta la partita. A inizio terzo quarto si erano portati a 14 punti di vantaggio sulla squadra della Grande Mela. Ma poi, complice forse anche la stanchezza della serie precedente contro gli Oklahoma City Thunder , hanno iniziato a cedere. E a dare il colpo di grazia è stato proprio il capitano Brunson. Nel basket, più negli altri sport, l’altezza è un fattore importante. Più centimetri hai, meno devi saltare per arrivare a canestro. Più sei alto più è facile difendere. Più hai le gambe lunghe, meno falcate sono necessarie per attraversare il campo. Di contro, più sei basso, più sforzo devi fare per arrivare al canestro. Meno centimetri hai, più elevazione devi avere. Più hai le gambe corte, più frequenza di passo devi avere. In più devi possedere la forza mentale di non cedere quando ricevi una stoppata ogni volta che sei in transizione offensiva. E devi avere la capacità di riadattare il tuo modo di giocare migliorando il tiro dalla lunga distanza. Jalen Brunson non solo ha fatto tutto questo, ma, nell’ultimo quarto, il playmaker ha anche segnato 13 dei suoi 30 punti totali confermandosi il simbolo di questi Knicks che potrebbero portare il titolo che manca alla franchigia dal 1973. Ai San Antonio Spurs invece è mancato il loro miglior giocatore, cioè Wembanyama. Pur avendo segnato 26 punti, il francese ha sbagliato sette triple e quindici tiri da due, registrando un plus/minus di -3. E questo grazie a Karl-Anthony Towns, un giocatore che è all’undicesimo anno di Nba e che contro il centro avversario ha dimostrato che l’esperienza non è un dono come l’altezza, ma qualcosa che si conquista lentamente. Il dominicano, arrivato a New York due anni fa, ha realizzato 18 punti, preso 12 rimbalzi e fornito 4 assist. Una prestazione che ha inciso su quella del francese che non ha potuto fare altro che dire a fine partita ai microfoni: “Non è molto complicato, ho giocato male”. New York quindi ha vinto la prima gara delle Finals in casa degli Spurs. Ma Brunson e compagni commetterebbero un errore a pensare che le prossime partite saranno più facili. Perché San Antonio ha fatto vedere contro Okc di avere le capacità di ribaltare la serie, un'impresa difficile, ma non impossibile. Soprattutto quando hai qualcuno di alto in squadra, a cui tutto risulta un po’ più facile.
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